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Paesaggi sessuali: eccitazioni vegetali, frammentazioni e riunificazioni carnali

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La domanda: “Ho notato anche che ognuna di noi ha un'idea diversa di sesso. Dove inizia e dove finisce per voi il sesso?” insinuò così i primi dubbi.
Le certezze iniziarono a crollare quando abbiamo cominciato a vedere cose che non capivamo e quando volevamo rappresentarci come irriconoscibili. Eppure i nostri discorsi erano centrati su delle interrogazioni sulla parte genitale e ci accanivamo sulle sue parti cercando precisamente di definire cosa fosse il “sesso femminile”.
Interrogarci sulla possibilità di rappresentazione del sesso femminile non ci faceva rendere conto che, in qualche modo, la risposta era implicita nella domanda. In altre parole l'impostazione della domanda, iscrivendo il nostro sesso in una delle due possibilità esistenti – maschile o femminile – limitava l'orizzonte delle possibili risposte.
La svolta iniziò da una visione in qualche modo aliena, altra: i pomodorini di mare

Mentre stavo facendo sesso con una tipa ho avuto la sensazione di scopare con l'acqua, è stato molto forte e bello. Avevo nella mia testa immagini di pomodorini di mare. Nel mio immaginario sono una cosa particolare perché c'è una diceria secondo la quale non bisogna toccarli altrimenti ti infiammi. Era un momento di contatto bocca sesso e mi veniva in mente il mare, i pomodorini di mare sono vellutati.

Cosa facciamo vedere e cosa ci eccita?

Sessualità e vista

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Tutto prevedibile: corpi perfetti, oleati, mani che spingono teste, masturbazione compulsiva, fighe depilate, sperma, cazzi duri, uomini che penetrano donne con le dita, urletti ridicoli, violenza, noia, sperma. La pornografia veicola un immaginario di relazioni e pratiche di subordinazione e inferiorizzazione che limita le nostre fantasie, le inquina. Se la “pecorina” non si chiamasse così, o non fosse rappresentata così, non potrebbe diventare la nostra posizione preferita? Se lo squirting non spopolasse solo su red-tube, non lo proveremmo tutte? 
Questo lavoro è iniziato nella primavera del 2012. 
Ci incontravamo per vedere insieme video porno e postporno, a casa di una di noi. Sceglievamo i più cliccati su You Porn oppure cortometraggi dai siti delle pornoartiste e terroriste. Abbiamo anche visto Lady M, Saffo e Priapo, Suor Vaseline e Le trou. 
Ogni tanto qualcuna proponeva: leggiamo letteratura erotica, studiamo che cosa è il porno. Ci rendevamo conto che non ci interessava. Guardavamo i video, poi un giro di parola su che ce ne sembrava. Percezioni e sensazioni immediate, cercando di dire alle altre cosa ci avevamo visto: esercizi di autocoscienza della vista.
Ci chiedevamo quanto l’immaginario pornografico interiorizzato ci impedisse di vivere pienamente le nostre sessualità. Forse sposavamo una visione repressiva del pornopotere.
Quelle immagini erano spettri, un fantasma. Non saremmo riuscite a liberarcene neanche se non ne fossimo state fruitrici: non lo erano forse le persone con cui ci relazioniamo, i nostri compagni, fratelli, morose, padri, amiche? Poi, non era solo questione di red-tube. Era la mercificazione del corpo femminile tout court, la televisione, la pubblicità, i giornali, i cartelloni per strada, il porno soft. Erano i nostri ricordi: tutte le visioni eteronormate che avevano puntellato la pedagogia sessuale della nostra generazione. Nate negli anni Ottanta, siamo cresciute ispirandoci al modello di femminilità vogliosa, ammiccante e disinibita, innocente e vanitosa della cultura visuale italiana dell’epoca delle nostre adolescenze. Non si coglie il nostro sentire fantasmatico rispetto alla pornografia se non si contestualizza nelle storie delle nostre vite in Italia. Tanto più che il 2012 è l’anno in cui gli scandali sessuopolitici di Berlusconi riempiono i discorsi istituzionali, mediatici, quotidiani. La nostra educazione alla femminilità ha coinciso con gli ultimi venti anni di politica italiana, in cortocircuito con il mondo dello spettacolo e dei media, che ha fatto dello scambio sessuo-economico uno dei suoi fondamenti. Le donne complici di questo tipo di accordi erano a modo loro femministe che dispongono del loro corpo in modo consapevole? E se non si volesse essere complici di questo potere statale e del suo regime visuale? Quali pratiche postporno di visibilità dei corpi e delle sessualità potevano essere efficaci e realmente alternative? Era necessaria una strategia specifica per lottare contro le contingenze contestuali e le specificità culturali.
Queste domande hanno aperto altri fronti di riflessione.

I miei occhi sono trasparenti: è possibile vedere il nostro sesso?

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Durante una riunione, L. propose di fare una sorta di esercizio: il secondo esercizio di autocoscienza della vista. Nel tempo che ci separava da una riunione all'altra avremmo dovuto prestare attenzione a cosa vedevamo. Quali immagini e visioni, riguardanti la sessualità, ricorrevano nelle nostre vite? In sintesi la domanda era: cosa vedo?
È la vista il senso che la pornografia usa nel precipuo tentativo di eccitare/ci. Ma cosa sarebbe accaduto se, al posto di mettere il focus sull'oggetto pornografia, lo avessimo spostato sui nostri occhi? Proprio sul senso privilegiato dalla pornografia, ma che, nonostante tutto risulta essere uno dei sensi con cui percepivamo il mondo, noi stesse e le altre?
Questo permise un dislocarsi dalla convinzione che, in un modo o nell'altro, il potere ci aveva già prese o era lì lì per prenderci. Un dislocarsi nel senso di collocarsi in qualche luogo, di essere per l'appunto situate. Ci collocavamo letteralmente dal nostro punto di vista.
Facemmo così in modo che qualcosa di visivo potesse accadere nelle nostre vite. In una successiva rielaborazione rimodulammo l'esercizio chiedendoci come e se le immagini evocate durante le riunioni circolavano nelle nostre vite.
Se davvero eravamo contaminate, cosa sarebbe accaduto se le immagini a circolare fossero state quelle trovate da noi e non quelle etero-proposte? E ancora: le nostre visioni di che genere sarebbero state? In quale rapporto sarebbero state con quelle mainstream? 
I nostri primi racconti, però, avevano spesso incipit di difficoltà: “Ho fatto molta fatica a fare questo compito” oppure “Ma che problema ho io coi miei sensi?” 
Sembrava che in realtà noi non vedessimo nulla, o nulla di che.
Di più: si metteva in dubbio la possibilità stessa di una rappresentazione della nostra sessualità: di tutta prima ci sembrava che la vista non fosse il nostro canale principe. Riecheggiavano in noi diversi discorsi femministi che avevano elaborato metafore dell'occhio come metafora del potere e avevano privilegiato il tatto come senso “tipicamente femminile”. 
In verità prima ancora che rappresentabile ci domandavamo se il nostro sesso fosse realmente visibile. Noi riuscivamo a vederlo? Vedevamo quello delle altre? O lo vivevamo come qualcosa di invisibile, di realmente nascosto?

Protesi clitoridee, organi e visibilità mostruose

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Ma cosa intendiamo quando parliamo di vista? La vista oggettiva non esiste, semmai esistono gli occhi, anzi tanti occhi, tutti diversi fra loro. Ci siamo rese conto che, come il resto del nostro corpo, anche i nostri occhi possono essere imperfetti, difettosi, manchevoli.

T.: prima di questo lavoro che abbiamo fatto insieme avevo fatto un elenco dei vari sensi per vedere quali erano preponderanti nella sessualità e per me era preponderante il tatto. Tra le ultime file c’erano l’olfatto e la vista. Tra l’altro, sono i due sensi in cui io ho dei problemi, sono miope e allergica.
S.: sei disabile. Dico disabile perché è interessante potenziare le mie parti “malate” o “problematiche”.
E.: io che sono tanto miope mi accorgo di non vedere bene neanche da vicino. Il mio occhio non è più abituato a stare senza occhiali.

Non ci stavamo accorgendo di quanto noi stesse facessimo uso di strumenti per sanare questa disabilità della nostra vista: occhiali e lenti a contatto, ma anche telecamere e macchine fotografiche. Come da definizione, vere e proprie protesi: “sostituzioni di organi del corpo umano, mancanti o difettosi, per mezzo di apparecchi o dispositivi artificiali”. Eppure, se gli occhiali sono protesi nella misura in cui “curano un deficit”, la telecamera potenzia i nostri occhi: dietro l'obbiettivo della macchina da presa, ingrandiamo, rimpiccioliamo, modifichiamo, dando un nuovo senso a ciò che vediamo. Abbiamo così cominciato a tradurre in immagine quello che ci stava intorno e si trattava proprio dei nostri corpi, delle nostre pratiche e delle nostre visioni. La riproduzione non solo permetteva la condivisione di ciò che prima era privato, ma ci restituiva in modo immediato e incontestabile un'immagine molto spesso destabilizzante di noi stesse.