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Benazir di Giulia e Marci

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BENAZIR

Benazir di un sol colore
Giallo, verde, rosso amore
Un per un li sa unire
A riunione in quel cortile
Dove tu ci fai scoprire
Nuove cose, a nostro dire.
Che cos’è Benazir ci siam chieste
Di sicuro non son ceste
Non son scarpe, non son fiori
Ma son donne che senton nuovi odori.
E’ un gruppo strano assai
Non lo potreste capir mai
Cosa nella testa, nel corpo, nell’anima giace
Far pensieri seri a lei piace.
Ci son more, rosse, bionde
Seguon sempre nuove onde
Che fatica per far politica
Ma è ciò che rende la vita mitica,
non siam Dante, Tacito o Svevo
ma Benazir nel nuovo medioevo.
Una rivoluzione cerchiam di fare
Perché per noi questo vale.
Adesso noi vi salutiamo
Una goccia di luce vi lasciamo.
Per concludere questo detto
Diciam che il reggiseno a noi è stretto
E sia nel male che nel bene
Vi confessiamo il nostro amore per il pene.

Benazir di Silvia

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Benazir: colei che non è mai stata vista così

La vecchia si sedette sul tappeto, incrociò le gambe, chiuse gli occhi e disse:

“Ricordo bene la prima volta che vidi il mare. Ero con mia madre, lei mi teneva la mano ed io guardavo sbalordita quell’immensità immobile che andava e veniva sotto i miei piccoli piedi.
Nel silenzio che ci circondava, mia madre chiese: ‘Sai da dove viene il mare?’ Io dissi: ‘Il mare c’è e basta, non viene’. ‘Sbagliato…il mare viene da qualcosa, e a quel qualcosa torna. È un passaggio, un arrivo e una partenza.’
Il vento soffiava leggero intorno a noi ed io sentivo quelle parole fluire nell’aria, infilarsi nella mia maglietta, sotto la mia gonna lunga, tra i miei capelli.

‘Quando il mare non esisteva, la piccola Benazir giocava spensierata con i raggi del sole, con i vortici del vento e, la notte, con il chiarore della luna, fino al giorno in cui l’Oracolo le predisse il suo destino. Le sue parole erano state: “Tu cambierai, e per farlo soffrirai. Ma il tuo dolore sarà fonte di vita”. Benazir sapeva bene cos’era il dolore: un giorno si era avvicinata troppo al sole e si era scottata. La piccola Benazir non voleva soffrire.
Pensò a lungo a una soluzione, e infine la trovò.
Attese la notte, e quando il buio le permise di scorgere le stelle, le prese una ad una e con quelle costruì un riparo. Pensò che se nessuno la poteva toccare nessuno la poteva nemmeno ferire. Mentre sedeva all’interno del suo fitto riparo stellato, pensò anche che la mattina successiva avrebbe chiesto aiuto al sole, che sapeva essere molto potente.
Dormì, si svegliò, dormì, si svegliò, dormì ancora, si svegliò ma il sole non si decideva ad arrivare. Si accorse allora di aver commesso un grosso errore: finché lei avesse tenute incatenate le stelle della notte, il giorno non sarebbe mai venuto.
Resasi conto del suo sbaglio, cominciò a piangere, pianse pianse pianse pianse così tanto e così a lungo che si sciolse e divenne lacrime.
Queste caddero sulla terra e divennero fiume.
Benazir scorreva veloce sul terreno, andava a riempire cavità e divenne mare.
Quando la piccola Benazir scomparve, le stelle si sparpagliarono in cielo e, una volta dileguatesi, rispuntò il sole. Il sole riconobbe Benazir nel mare, e la volle a sé, perché si era divertito molto scherzando con lei in passato.
Benazir, grazie al sole, raggiunse il cielo divenendo nuvole, che, nel giocare e scontrarsi tra loro, lasciavano cadere pioggia sulla terra.
Benazir ora viveva e cresceva nell’acqua e il suo dolore aveva dato la vita.
Benazir era come era mai stata vista.’

Guardai il mare, poi mia madre, e sospirai.

La vecchia aprì gli occhi, sorrise, si alzò e uscì dalla stanza richiudendo silenziosamente la porta dietro sé.

Benazir di Francesca

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BENAZIR colei che non è mai stata vista così
Ho cercato Benazir tra la folla.Ho cercato i suoi lunghi capelli splendenti alla luce del sole, leggeri e morbidi più della seta.Ho cercato i suoi occhi che contenevano il vivo fuoco della passione come in nessun altra donna avevo mai visto.Ho cercato la sua bocca, le sue labbra capaci di ardente poesia e passionale durezza.Ho cercato il suo viso dalla pelle perfetta e dai lineamenti armoniosi.Ho cercato il suo bellissimo seno, vibrante di grazia.Ho cercato le sue lunghe mani ammaliatrici e dalla stretta eterna.Ho cercato le sue gambe sinuose e forti che la portavano lontano, sempre.L'ho cercata in ogni donna che ho incontrato, in ogni sogno e in ogni illusione.A volte mi sembrava di scorgere un suo particolare e allora l'estasi e il terrore per un attimo mi paralizzavano. Solo poi iniziavo a correre ma lei era già lontana.Finché ho smesso di cercarla.E solo allora l'ho trovata.Ho trovato i suoi capelli nei capelli spettinati dal gioco di una bambina, nei capelli tinti dalla voglia di apparire o di cambiare, nei capelli grigi per le prove di una vita.Ho trovato i suoi occhi negli occhi di ogni donna che lotta per l'affermazione di sé e di quelli che ama, per i diritti di ogni più piccolo essere, negli occhi di ogni donna desiderosa di vivere.Ho trovato la sua bocca e le sue labbra nelle parole che le donne pronunciano con il cuore, in parole di gioia e di dolore, in parole di passione.Ho trovato il suo viso nei visi ancora irregolari delle neonate, nei visi intrisi di timidezza delle adolescenti, nei visi raggianti di gioia e rigati dal dolore, in visi perfetti di bambola e in visi deformati dalla malattia, soprattutto nei visi solcati dalle rughe.Ho trovato la grazia del suo seno nelle donne che lo nascondono o lo esibiscono, piccolo o grande che sia.Ho trovato le sue mani in ogni carezza e in ogni schiaffo, in ogni lavoro e in ogni preghiera di donna.Ho trovato le sue gambe nelle gambe di chi cammina per camminare, per correre, per andare spinta dal dovere, dal piacere, dalla voglia di volare.Ho trovato Benazir nel cuore di ogni donna.Ho trovato Benazir in ciò che ogni donna è, in ciò che è stata, in ciò che può essere, perchè ogni donna ha la capacità di essere come non èmai stata vista.

Benazir di Valentina

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Ho sentito parlare di una ragazza, giovane, più omeno della mia età, ho sentito di lei cose belle, cose che ti fanno venire voglia di ripercorrere i suoi passi o meglio ancora di percorrere la tua vita accanto alla sua.
Insomma lei sa come vivere, cioè sa lasciarsi vivere, sa vivere con e attraverso gli altri, non si impone, si relaziona, da questa relazione nasce sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che si nutre dell'esperienza vissuta di chi sta parlando e diventa un terzo, un qualcosa che non è più suo nè tuo, nè mio, è semplicemente altro.
Di lei dicono che sia bella, dicono che la sua bellezza traspaia, sa lasciarsi gurdare, mantenendo per sè il segreto, quel segreto che diverso e diversamente, in fondo, sta in ognuno di noi. Il segreto è quello che agli altri proprio non riesci a dire, l'indicibile che gli altri non possono sentire, l'irrappresentabile che non si lascia vedere. Benazir non t'illude d'essere completamente esposta, non è un vaso che si lascia riempire è appunto quel segreto che si lascia contemplare, desiderare, è una donna inconfondibile è quella che è, irridicibile ad altro, ma tuttavia è dall'altro che è nata, dalla relazione che si racconta che ci si racconta.
Deve essere davvero bella Benazir, è come lei che vorrei essere, anzi è l'esempio che vorrei seguire per poter diventare io, diventare me stessa senza confondermi con il mio ego e senza nemmeno lasciare che gli altri mi travolgano.
A dirla tutta, anche se ho visto tratti di lei negli occhi di alcune donne, Benazir non la conosco. una donna così non l'ho ancora mai vista

Benazir Ludmila

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Viveva in una regione dispersa della Persia, era una ragazzina abbastanza vivace ma nello stesso tempo molto introversa, in quell' età nella quale la voglia di indipendenza ed autonomia è forte ma si sente la fragilità ed innocenza di quell' infanzia che non vuole andarsene.Viveva in una comunità lontana da ogni forma di modernità soggetta spesso ad aggressioni da parte di altre comunità nomadi che la lasciavano con ferite che nemmeno le tempeste di sabbia potevano cancellare.
Un giorno, dopo l'ennesimo saccheggio, lei, nascostasi in una tana, sopravvissuta così all'attacco, uscì convinta che questa non sarebbe stata la sua condizione.Si fece coraggio e da sola si incamminò.Forse non fu una scelta pensata in passato ne in quel momento ma uscì e cominciò a camminare come se quella via lunga e senza meta fosse l'unica strada percorribile in quell' istante.
Dopo un lungo viaggio costellato da pensieri, caldo, sogni, paure, terra, arrivò ad una città che già da lontano mostrava di essere tale con i suoi rumori che sembravano dire in continuazione "Siamo parte di questo mondo, Dio ci tiene in considerazione".
Entusiasta di questa nuova dimensione iniziò a conoscerla con quella curiosità tipicamente infantile, con quegli occhi spalancati e lucidi che non credono a quello che vedono.Ogni giorno nelle vie polverose di Afsoon c'era il mercato con venditori esasperati che schiamazzavano dietro le bancarelle, con mille colori dei più disparati, con diversi odori nauseanti ed inebrianti.
Le sue giornate le trascorreva in giro e dopo un pò di tempo imparò le regole del "gioco", il linguaggio della strada.
La notte tornava nella sua casa, due pareti ed un tetto che la proteggeva dalle intemperie e sotto il quale poteva immaginarsi uno spazio tutto suo.Quando calava il sole si rifugiava lì immersa nella sua solitudine e quando quest'ultima si faceva sentire arrivava lei la lametta.Molte volte successe, prendeva questa lametta e disegnava sulle sue braccia piccole lignette.Si tagliava come se solo in quel modo potesse sentire di essere viva, il dolore di essere viva, di quella carne che non sapeva come esprimersi se non nell' autolesionismo.
Conosceva tutti in città, aveva varie amicizie ed era stata con vari ragazzi ma in queste relazioni si parlava sempre di come guadagnarsi il pane, di come rubare un foulard o di quanto era carino il ladruncolo nuovo venuto da sud.
Una sera tornata a casa trovò una ragazza sotto la sua coperta, si spaventò ed alterata da quel incontro inaspettato chiese: "Chi sei?". La ragazza non rispose, la guardava immobile senza nessuna reazione.Dopo alcune domande capì che la ragazza non parlava, forse era muta chissà, non aveva nemmeno un nome, probabilmente aveva deciso di dimenticare il suo passato, la sua storia.Dopo questo primo incontro un pò spiazzante le due ragazze divennero amiche, facevano tutto insieme.Parlavano a gesti ed il silenzio che c'era tra loro non pesava minimamente.Dormivano sotto la stessa coperta abbracciate, quella nuova ragazza le insegnò ad accarezzare, a stringere la mano e proprio quel silenzio che pareva un abisso le dette lo spazio per raccontarsi per la prima volta: la sua famiglia, da dove veniva, quello che sentiva...ed alla fine di quelle parole difficili ed ostinate la risposta fu un accenno di sorriso ed un abbraccio che in quel momento sembrava la cosa più importante.
Continuò così la vita di strada in due.Imparò questi nuovi gesti, i piccoli sorrisi, il capirsi con uno sguardo, il raccontarsi accettandosi per un istante.Ma continuò anche il dolore, la sofferenza, quei tagli e quell' ostinata voglia di sentirsi viva.
Un giorno tornata a casa non trovò la sua nuova amica, la aspettò seduta ansiosa di abbracciarla e raccontarle come era andata la giornata.Il sole scomparve e lei non tornò.In un istante capì che non sarebbe tornata, che non l’avrebbe più vista. D’altronde non sapeva bene chi fosse, non sapeva nemmeno il suo nome.Si rese conto di non aver conosciuto una nuova persona ma se stessa.Scoppiò a piangere disperata.Prese un pezzo di specchio che trovò per terra.Si guardò per la prima volta e non si riconobbe in quel immagine.
Quelle lacrime così pesanti di chi erano?
Prese la lametta.La tenne in mano dei secondi e poi la gettò.Gettò lo specchio.Accennò un sorriso.
Sì era Benazir: colei che non si era mai vista così.
Andò fuori e si sedette ad ammirare le stelle.

Benazir Daniela

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Quando la più anziana era mestruata tutte le donne del villaggio lasciavano i loro mariti e le loro case per ritrovarsi insieme. Chiacchieravano e ridevano forte.
Erano tutte intorno al fuoco, la più vecchia prese la parola.
Lei era una bambina durante l’ultima guerra per la conquista del potere... sono passati così tanti anni... disse quasi fra sè e sè. Solo poche di voi ricorderanno...
Le donne più anziane annuirono.
Ciclicamente alcuni uomini lottano uno contro l’altro per avere il comando dell’intero villaggio. Era diventato un rito che però non smetteva di mietere vittime. Il più forte primeggiava e si stava in pace finchè lui e i suoi eredi riuscivano a mantenere l’ordine.
Lei era un bambina sveglia e piena di curiosità. Chiese a sua madre come mai di queste battaglie. La madre era una donna di poche parole, pochi si accorgevano di quanto fosse saggia. Le disse: Noi non c’entriamo con queste cose, noi ne siamo fuori. Lei non capiva, ma era un gran sollievo sapere che ne era fuori.
“Può tornare una di queste guerre?” Interruppe spaventata una delle più giovani. “Può darsi” e riprese a raccontare.
La sua infanzia venne segnata profondamente da questa guerra, ma non mancò di sviluppare un’intelligenza acuta e sottile. Divenne una ragazza piena di vitalità.
Gli anni passarono, la guerra finì... giunse anche per Lei il tempo di prender marito. Era un gran da fare: ogni sera prima del tramonto Lei con la sua famiglia incontrava le famiglie dei possibili futuri sposi. Inizialmente non capiva tanto fervore, ma, a poco a poco,cominciò a divertirsi anche Lei. Non c’è niente di meglio che cercar marito pensò, i vestiti la stringevano, ma tutti le dicevano che era tanto bella. Così, cerca qui cerca là, anche lei si sposò. Sono proprio fortunata, si diceva, me lo dicono tutti.
La vita matrimoniale non fu esattamente come l’avevano dipinta.
Nei primi tempi, tutte le mattine, si ripeteva davanti allo specchio: sono proprio fortunata. Poi, a lungo andare, neanche Lei si ricordava più il perchè, smise di dirlo.
Lui era un brav’uomo, forse un pò noioso. I giorni trascorrevano tranquilli, uno dietro l’altro.
Un giorno salì su un tram. Era vecchio, un pò malandato e affollatissimo. La musica risuonava festosa intervallata dalle grida di un ragazzetto, panciuto e felice, che, ora chiedeva i soldi del biglietto, ora urlava la fermata. Lei era seduta su una poltroncina sgualcita. Tornava dal mercato, era un pò stanca e frastornata dal troppo caldo. Vicino a Lei era seduta una donna. Cominciarono a parlare intensamente tanto da dimenticarsi della loro fermata. Così scesero al capolinea e camminarono insieme, ma si scordarono di rincasare in tempo.
La sera, a casa, il marito le rimproverò il ritardo. Lei stava per dirgli della sua nuova amicizia, ma tacque.
Lei e l’Altra cominciarono a frequentarsi, andavano insieme al mercato e passavano ore a chiacchierare di loro. Spesso capitava che non tornassero a casa la notte, dormivano insieme in riva al mare. Si scambiavano lettere e parole d’amore e d’amicizia.
Il marito tollerò la nuova relazione della moglie finchè non turbava l’ordine famigliare. Col passare del tempo Lei era sempre meno presente nella vita di lui; capitava che non gli preparasse la cena o che non gli facesse il bucato.
Lui non capiva. Voi cosa siete? domandava con insistenza. Amanti o amiche? Chi è marito, chi è moglie?
Non ho parole per dirlo rispondeva Lei. Eppure aveva un gran desiderio di dire, sentiva che solo parlando qualcosa di quella felicità si sarebbe salvato, anche solo un piccolo frammento. Ma non trovava parole, non ci sono parole per noi diceva all’Altra, le inventeremo rispondeva.
Il tempo trascorse, lei era felice e il marito continuava a non capire.
Un giorno l’Altra si ammalò di polmonite, nel giro di poco morì. Lei rimase al suo capezzale fino all’ultimo. Prima di morire le regalò un ciondolo di ametista e le disse: Continua a inventare parole per noi.
Pianse per sette giorni e sette notti.
Poi ricominciò a vivere per trovare parole, le avrebbe cercate da ogni parte, in ogni angolo, in ogni buco.
La donna anziana fece un sospiro. Una le domando: “E il marito?” Era lì, non capiva, non l’aveva mai vista così, non era cattivo però.
“Chi è Lei?” chiese un’altra.
Benazir.
“Chi?” ripetè.
La narratrice si alzò un pò impacciata, era stanca, e dal seno le cadde un ciondolo di ametista.

Daniela