di Marta Bellingreri da Tunisi
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TUNISIA. VIOLENTATA DA DUE POLIZIOTTI, ACCUSATA DALLA GIUSTIZIA
Veneto:consultori e legge 194/78 sotto assedio
Ci riguarda poiché di nuovo si cerca di comprimere oltremisura l’autodeterminazione delle donne, le scelte genitoriali delle coppie, e nuovamente si tenta di sottrarre laicità a strutture pubbliche come i consultori e gli ospedali, procedendo ad una maldestra revisione di una fattispecie, l’interruzione volontaria di gravidanza, già ampiamente regolamentata dalla legge 194/78.
Innanzitutto vorrei far notare come sia in questo incipit sia nel resto della relazione che introduce gli articoli, ad eccezione di una sola occorrenza, mai venga pronunciata la parola “donna”. La donna, soggetto di diritti non esiste; al suo posto neanche la “madre”, ma la “mamma”. Un ruolo, che peraltro la donna che intende ricorre all’IVG non intende presumibilmente ricoprire, che viene sostituito alla persona.
Oltre all’implicita accusa alle strutture sopracitate di non adempiere alla 194/78 omettendo di fornire adeguate informazioni a chi vi si rivolge, in questa frase si torna a mistificare la realtà parlando di mamme e non di donne, di bambini e non di feti. Che l’IVG rappresenti un non meglio specificato “shock” per tutte le donne che ne usufruiscono è personale opinione di chi ha scritto questa relazione, così come che tali donne siano costrette a vivere con “fortissimi” sensi di colpa.
1. In ogni consultorio e nei reparti di ginecologia e ostetricia a finalità informativa deve essere esposto ben in vista il materiale informativo dei movimenti e delle associazioni legalmente riconosciute aventi come finalità l’aiuto alle donne in difficoltà orientate all’interruzione della gravidanza, sui rischi sia fisici che psichici a cui si espone la donna con l’interruzione di gravidanza e le possibili alternative all’aborto.“
I rischi fisici che una IVG comporta devono ovviamente essere comunicati come quelli di qualsiasi altro intervento, con il consenso informato, procedura che già avviene. Sui rischi psichici non si hanno evidenze scientifiche da poterne fare oggetto di informativa.
A questo ultimo proposito vorrei invece sottolineare che attualmente in Italia non esiste un’informazione capillare e metodica circa i rischi che possono comportare la gravidanza e il parto per la salute della donna. Tantomeno viene applicato il diritto sancito per legge al trattamento antalgico del parto (molte testimonianze, di donne traumatizzate dal dolore del parto e di donne che si sono viste negare l’epidurale potete leggerle qui).
1. Ai movimenti e/o associazioni di cui all’articolo 1 viene concesso di espletare il loro servizio di divulgazione e informazione nei consultori familiari, nei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d’aspetto e atri degli ospedali.“
1. I direttori sanitari delle ASL e delle Aziende ospedaliere devono vigilare sul rispetto della legge.
2. Saranno previste sanzioni per chi dovesse negare o intralciare l’operato dei movimenti e/o associazioni di cui all’articolo 1 fino a revocare la pratica degli interventi di aborto volontario nelle strutture inadempienti. ”
Il testo è stato approvato,
Assistenza spirituale
Assistenza spirituale: comunicato congiunto dei circoli UAAR del Veneto
Anche la Regione Veneto, quando si tratta di alimentare i tradizionali clientelismi si dimentica celermente della crisi economica, dei problemi di bilancio, delle esigenze di razionalizzazione della spesa pubblica.
L’ultima chicca è lo stanziamento di 2 milioni di euro annui per assumere nelle Usl venete un centinaio di sacerdoti cattolici come assistenti spirituali religiosi. Saranno assunti a tempo indeterminato, su indicazione dei vescovi, e parificati nel trattamento agli infermieri professionali laureati (categoria D); nelle Usl venete ci sono circa 500 precari tra medici, infermieri e tecnici.
Tutto ciò va ad aggiungersi, ovviamente, al fiume di denaro elargito alle scuole private, all’edilizia di culto, ai patronati, agli enti, e poi ai contributi per gli “eventi promozionali” o per le consulenze di stampo confessionale.
Per questo invitiamo i cittadini del Veneto ad aderire alla petizione promossa dal consigliere regionale Nicola Atalmi per la revoca immediata del provvedimento, come minimo atto di decenza e di riguardo nei confronti dei malati e dei degenti che vogliono vedersi garantire innanzitutto un servizio sanitario adeguato, inclusa magari un’assistenza professionale sul piano psicologico nei momenti di difficoltà.
Il collegamento alla petizione (in caso di problemi si può firmare anche qui) si trova pubblicato sul sito www.atalmi.it oppure www.uaarvenezia.it e www.uaar.it/treviso e chiede che la Regione receda immediatamente dall’accordo.
Circoli UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – di Padova, Treviso, Venezia, Verona, Vicenza.
Da: http://www.uaar.it/news/2009/12/03/assistenza-spirituale-comunicato-congiunto-dei-circoli-uaar-del-veneto/Non importa..
“L’omofobia e’ una malattia dalla quale si può guarire” è una delle frasi ad effetto della nuova campagna contro l'omofobia promossa dal Ministero delle Pari Opportunità. E' proprio di questi giorni l'uscita del nuovo spot televisivo dal titolo “Rifiuta l'omofobia, non essere tu quello diverso”.
L'intento generale pare essere quello di promuovere una cultura non omofobica e tollerante. Ma in realtà lo spot ci sembra l'ennesima riprova della politica di questo governo fatta di immagini e frasi ad effetto ma con poca sostanza e prive di un'effetiva messa in pratica. Inoltre se andiamo ad analizzare i contenuti proposti in questo video notiamo un uso del concetto di “diverso” che solleva alcune problematiche. Lo spot ci suggerisce che “nella vita certe differenze non devono contare” come dire da una parte tu omosessuale nascondi la tua sessualità, d'altra a te eterosessuale non ti deve interessare l'orientamento sessuale della persona che hai davanti. Pare che il concetto di uguaglianza debba implicare un annullamento delle differenze viste sempre come negative. D'altra parte lo spot è ambientato in una situazione di emergenza nella quale le persone coinvolte vittime di un incidente hanno bisogno di assistenza medica. In questa situazione di certo non ti interessano le tendenze sessuale di chi eventualmente ti salva la vita proprio perchè devi usufruire di un servizio o competenza. Ma inserite/i nella reale relazione con un'altra persona quella crocetta sul “non importa”ha delle ripercussioni. Perchè non arricchirci attraverso i racconti di una persona che ha esperienze diverse dalle mie?Perchè nascondere le differenze?
Anche nell'ultimo slogan “non essere tu quello diverso”(non interessarti alla diversità) emerge una concezione della differenza come un qualcosa di esclusivamente negativo da cui fuggire.
Come a suggerire allo spettatore che se vuole essere (o rimanere) normale non solo non deve esprimere la sua omofobia ma nemmeno interessarsi all'orientamento sessuale di chi gli sta intorno.
Insomma, se la normalità prima era l'essere eterosessuali ora è l'essere totalmente indifferenti.
Resta il fatto che in questo paese gli omosessuali e transessuali vengono discriminati sia nella vita quotidiana che a livello legislativo ed istituzionale.
E' evidente che in Italia c'è una grande differenza tra il portare il 42/43 di scarpe e l'essere etero o omosessuali,no?
http://www.youtube.com/watch?v=tJuY9UTcluY&feature=popular
Marti e Lu
da pagina/13 del 12/11/2009
http://pagina3dici.blogspot.com/
Ma chi va con le trans?
di Porpora Marcasciano (da Il Manifesto)
Da quattro giorni il telefono del MIT (Movimento Identità Transessuale) squilla in continuazione. Giornali e televisioni nazionali e locali continuano a chiedere informazioni, confidenze, dichiarazioni sul caso Marrazzo.
L’Italietta del gossip, quella piccina piccina impregnata di moralismo e molto poco di moralità ha bisogno di sbranare qualcuno. E la “bassa politica” che di quella italietta è prodotto e soprattutto produttrice, si scatena.
Il paese degli ipocriti, quello del “si fa ma non si dice” sembra scoprire l’acqua calda, si scandalizza, si incuriosisce, si incazza perché quel politico compra prestazioni sessuali con i nostri soldi, ma soprattutto le compra dalle transessuali…que l’horreur!
Perché è su questo che si è puntata l’affaire Marrazzo, sul fatto che lui abbia tradito non solo il popolo ma soprattutto i suoi valori, anzi per essere più precisi il suo valore assoluto e cioè l’essere maschio! Nell’immaginario collettivo colui che va con una trans, va con una “non donna” deludendo, tradendo, rompendo quel patto sociale che nel privato pochi, anzi pochissimi, riescono a osservare alla lettera ed è proprio una questione di lettera, perché una A oppure una O fanno la differenza.
Ho preferito non andare in nessuna trasmissione televisiva, troppe urla, poco ascolto e soprattutto perché interessava poco il mio sguardo sul fenomeno, mi si chiedeva invece, sempre e comunque, di raccontare la mia storia, esattamente come al Grande Fratello.
Se ci fossi andata e mi avessero lasciato lo spazio mi sarebbe piaciuto rivolgere agli italiani la seguente domanda: di chi sono tutte quelle macchine che di sera, e non solo, si aggirano nelle strade in cerca di acquisti? Chi consulta le migliaia di annunci che ogni giorno compaiono su giornali e siti? Chi sono i clienti?
Basterebbe un veloce sondaggio per scoprire che gli italiani alla domanda in blocco rispondono sicuramente non mio figlio, ne mio padre, ne mio marito, ne il mio fidanzato!
E da dove e da chi arriva la richiesta visto che è proprio e solo quella che stimola l’offerta? Domanda lecita, perchè alla storia delle caramelle non ci crede più nessuno!
Nonostante il consistente giro di vite del famoso Pacchetto Sicurezza, la prostituzione, lungi dall’essere eliminata, si è trasformata, si è spostata e ricollocata, aumentando il suo volume invece di diminuire.
Quella transessuale resta fiorente a riprova che esiste una consistente domanda che ne la morale, ne la legge, ne le regole possono intaccare perché essa corrisponde al desiderio e, ci piaccia o no, il desiderio nella nostra società diventa consumo!
Ci si scandalizza che una trans brasiliana si prostituisca? E cos’altro potrebbe fare in un mondo in cui tutte le altre porte sono chiuse?
Voglio essere più provocatoria e chiedere cosa potrebbe fare una trans con una ottava di seno, labbra provocanti, glutei straripanti? La bidella, la badante o magari la lavavetri? Se ha costruito il suo corpo per essere una bomba di sesso e per vendere prestazioni sessuali, forse, liberi dal pregiudizio, dovremmo riconoscere quell’aspirazione come legittima piuttosto che stabilire dove e come dovrebbe collocarsi!
Ma in Italia un riconoscimento di questo tipo è pura utopia! Come pura utopia sembrano essere diventati i diritti civili e la dignità delle persone transessuali, in un paese che risulta essere al primo posto nel mondo per omicidi transfobici, ma quella è un’altra storia, perché all’Italietta non interessa, vuole sapere piuttosto cosa ha trovato in loro Marrazzo o Lapo Elkan….indovina indovinello?
Chiaramente Lapo e Marry e solo loro, sicuramente non mio marito, mio figlio, mio padre ecc’etero ecc’etero!
Sarebbe stata la stessa domanda, magari articolata meglio, che avrei voluto porre a Ida Dominijanni lunedi sera all’Infedele di Lerner quando ha dichiarato che un (sottolineo il maschile) transessuale è un uomo che si maschera da donna. Per tutte/i noi non è stato bello. Diciamo che da lei ci si sarebbe aspettato altro.
Può darsi che il femminismo della differenza faccia chiudere gli occhi su quello che non è donna, ma sinceramente non credo si tratti di una maschera, piuttosto del contrario. Come dire che i neri sono bianchi un po’ abbronzati perché si parte comunque da un modello.
Il mondo transessuale/transgender lo scorso anno si è riunito in un importantissimo seminario di tre giorni nella campagna toscana per approfondire la questione dell’identità, quella della costruzione di senso in un mondo il cui senso è quello vetero/patriarcale e la delicata questione delle parole che ci nominano, perché in un mondo che ti annulla è difficile trovare le parole per dirsi, raccontarsi, ribadire all’italietta ipocrita che prima di essere mostri siamo favolose, oltre ad essere prostitute siamo anche altro e soprattutto che siamo persone portatrici di diritti e degne/i di rispetto.Marrazzo si ritirerà in un convento, ma noi restiamo su questa terra perchè qui vogliamo vivere e viverci bene!
Porpora Marcasciano
La festa lesbo-gay non s'ha da fare
Arena di Verona
Venerdì 11 Luglio 2008
VILLAFRANCA. Per il Comune nella struttura di località Parà mancano
le misure di sicurezza. Annunciato un sit in di protesta per domenica
davanti al municipio
Festa gay, Faccioli dice: «No»
Annullata la manifestazione al circolo Arci Il gruppo Pink di Verona
reagisce e accusa «Giunta omofoba, protesteremo in piazza»
Le carte sono a posto perché proprio in quella sede sono stati fatti
raduni simili
ROBERTO AERE
PORTAVOCE CIRCOLO PINK
Enrico Giardini
La festa gay-lesbo non s´ha da fare, al circolo Arci Kroen in via
Porta, e non si farà. E così eccoti il sit-in di protesta davanti al
municipio. Salta il Sunday Pink Pride, la festa dell´orgoglio
lesbico, transessuale e gay organizzata domenica sera dal Circolo
Pink di Verona. Alla base del no imposto dal Comune, dopo un
intervento degli uffici del commercio, dei vigili urbani e dei
dirigenti, c´è l´impossibilità di attenersi alla norme di sicurezza,
visto il numero di persone che sarebbero convenute al Kroen, e il
fatto che quest´ultimo può ospitare solo eventi per iscritti al
circolo. Questo ha comunicato il Comune al direttore del Kroen,
Romano Dal Colle.
Il Sunday Pink Pride avrebbe previsto un aperitivo-buffet alle 20.30,
con ospiti speciali D-froci-j e lo spettacolo Drag Queens, alle 22.
Star della serata Barbiebubu.it, Miranda e Les Artistes con Lady
Fulvia, Mara Cash e Miss Frutty.
L´ORGOGLIO. Salta tutto, ma il Pink reagisce. Rinuncia alla festa,
«per non mettere in difficoltà un circolo appena aperto e ricattato
dalla Giunta sul prosieguo delle attività», ma non a farsi sentire. E
organizza domenica, dalle 16 alle 23, un sit-in di fronte al palazzo
municipale. «Denunciamo la presa di posizione omofoba e razzista
degna della solita destra che a Villafranca, senza il coraggio di
motivarla politicamente, impedisce la festa del Pride minacciando di
chiudere il circolo privato che l´avrebbe ospitata», dicono Roberto
Aere, Gianni Zardini, Cristina Stevanoni, del Pink, dal municipio di
Verona con il capogruppo consiliare del Pdci Graziano Perini e il
sostegno dell´ex consigliere dei Verdi, Giorgio Bertani.
«Ringraziamo l´Arci Kroen, che ha messo a disposizione i propri spazi
per la riuscita di questa festa», prosegue il Pink, invitando tutte
le associazioni gay, lesbiche e transessuali, movimenti e persone e
unirsi al sit-in «per protestare contro chi limita le libertà
individuali e le discriminazioni messe in atto da istituzioni sempre
più razziste. Non può essere usata una sorta di multa preventiva
verso un gestore che avrebbe ospitato una manifestazione pacifica».
LA LOTTA. Il Pink alza il tiro la protesta. «Dopo Verona e Tosi,
eccoci a Villafranca». L´associazione di «gay, lesbiche, bisessuali,
transessuali, eterossessuali, diritti umani e cittadinanza Verona»
con sede in città, in via Scrimiari, a Veronetta, di fronte al «no»
al Pride, dà al sit-in il senso della ripresa di una lotta cominciata
a Verona esattamente 13 anni fa, il 14 luglio 1995. Da quando, cioè,
il Consiglio comunale scaligero (prima giunta di centrodestra, con
sindaco Michela Sironi) approvò la mozione, la numero 336, che
trattava l´accesso ai servizi forniti dal Comune alle famiglie, e
rigettava la Risoluzione di Strasburgo dichiarando l´omosessualità
contro natura. In base a quella mozione, che parlava solo di coppia-
famiglia-sposata, come ha denunciato per anni il Pink, di fatto «si
scriveva che le persone omosessuali non potevano pretendere gli
stessi diritti delle persone eterossessuali», spiegano Zardini e Aere.
«Tutte le richieste e le norme burocratiche erano state rispettate,
dall´Arci Kroen», aggiungono tornando sul Sunday Pink Pride negato,
«cosa peraltro confortata dal fatto che già altre feste si erano
svolte nelle settimane precedenti e con le stesse modalità, da attori
diversi».
Il Pink ricorda fra l´altro che gli attori Elio Germano ed Elena
Vanni stanno portando in giro per l´Italia un recital, dal titolo
«Verona caput fasci», scritto utilizzando alcune espressioni di
consiglieri comunali scaligeri del 1995, pronunciate durante il
dibattito sulla mozione 336. Come quella del leghista Romano
Bertozzo, secondo cui «i gay, se vogliono dei diritti devono cedere i
loro attributi alla chirurgia», disse in aula, «per la tranquillità
di tutti...bisogna farli capponi».
Quante cristiane bugie
Legge 194
Angela Azzaro
Nell'editoriale di Famiglia cristiana di questa settimana quello che dà più fastidio non è tanto l'attacco alla legge 194 e la richiesta rivolta al Parlamento perché la modifichi visto che ci sono i numeri. E' un leit motiv che sentiamo ogni giorno, da destra e anche dal Pd. No, non è questo. Non è neanche il fatto che avviene a poche ore dal trentesimo anniversario della sua approvazione, il 22 maggio del 1978. Quello che dà più fastidio sono le motivazioni: cioè una falsificazione della realtà. Secondo il settimanale cattolico, la normativa che regola l'accesso all'interruzione di gravidanza sarebbe responsabile «dell'inverno demografico», cioè del fatto che nascono meno bambini e bambine.
Non è così. E i dati lo dimostrano. La legge ha avuto un altro scopo: quello di impedire alle donne di morire sotto i ferri delle mammane. E un altro risultato: da quando esiste gli interventi sono dimezzati. Per Famiglia cristiana questi dati non valgono, non vale la vita delle donne che si sono potute salvare. La loro vita conta zero. Vale invece l'ideologia da imporre contro la scelta delle donne, il loro corpo, il loro desiderio.
Ma come mai un giornale che si presume serio arriva a dire cose non vere? Qual è l'obiettivo? L'obiettivo è evidente. Non è attaccare la legge in quanto tale, ma il valore che in questi trent'anni di vita ha assunto: l'autodeterminazione delle donne sul loro corpo, la loro libertà di scelta. E' questo che dà fastidio, è questo che si vuole cancellare, ristabilendo un dominio storico.
La legge, quando fu approvata, fu il frutto di un compromesso tra Dc, Partito comunista e movimento delle donne, a sua volta diviso tra chi voleva una normativa e chi chiedeva la depenalizzazione. Non è la migliore legge possibile. Ha tanti nei che hanno permesso ai suoi detrattori di svuotarla sistematicamente dall'interno. Nonostante tutto è riuscita, grazie al movimento delle donne che si è battuto per far uscire l'aborto dalla clandestinità, a diventare una legge importante. Ma oggi coloro che si battono per difendere l'autodeterminazione vengono descritte da Famiglia cristiana come «frange di femministe fuori dalla storia».
20/05/2008 da Liberazione
Aborti in calo nel 2007
Aborto, nel 2007 in calo del 3%, aumenta però tra le immigrate
In crescita il numero di medici e paramedici obiettori
Interruzioni volontarie di gravidanza in diminuzione nel 2007: nell'arco dei 12 mesi ne sono state 127.038 con un calo del 3% rispetto al 2006 (131.038 casi) e del 45,9% nel confronto con il 1982, l'anno in cui si è registrato il più alto numero di interventi (234.801 casi).
E' quanto emerge dalla relazione annuale del ministro della Salute, Livia Turco, sull'attuazione della legge 194/78. La diminuzione complessiva del 2007 è dovuta al calo netto degli aborti tra le donne italiane, (-3,7% rispetto al 2006 e -61,4% sul 1982), mentre le immigrate continuano a fare ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza sempre più numerose, con un 4,5 per cento in più rispetto all'anno precedente.
Il tasso di abortività (numero degli interventi per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), l'indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all'aborto, nel 2007 è risultato pari a 9,1 per 1.000 a fronte del 9,4 per 1.000 del 2006 e del 17,2 per 1.000 del 1982.
E in tutto il paese aumenta l'obiezione di coscienza, con alcune regioni come la Campania dove i casi sono raddoppiati: tra i i ginecologi è passata dal 58,7% al 69,2%; tra gli anestesisti dal 45,7% al 50,4%; tra il personale non medico, dal 38,6% al 42,6%.
(22 aprile 2008) da repubblica.it
Pillola del giorno dopo..un miraggio!
Il miraggio pillola del giorno dopo tra obiettori e consultori chiusi
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Quando è un'impresa ottenere la ricetta tra consultori chiusi, medici obiettori ed ospedali gestiti da religiosi come il Galliera di Genova dove il no è la regola. Perché non solo a Pisa il diritto alla pillola, stabilito per legge, viene negato. E comunque se e quando ti fanno finalmente la prescrizione, è una conquista sudata spesso con ore di attesa e umiliazioni. Segnata da giri da un capo all'altro della città chinando il capo davanti a medici obiettori, a gente "che ti guarda e ti fa sentire la persona peggiore della terra. Che ti dice che il bambino potrebbe comunque nascere deforme e con problemi mentali". Ore a insistere con "la paura di essere incinta e l'incubo altrimenti di dover affrontare un aborto", passando per cinque tra ospedali, consultori chiusi, telefonate alla guardia medica. Così racconta Marianna, signora romana che dopo un rapporto non protetto col marito ha attraversato la capitale ricevendo dinieghi a ripetizione. Bussando al Sant'Eugenio e Forlanini prima di avere finalmente la ricetta al Cto Garbatella. E la sua non è un'eccezione.
Lo conferma il viaggio delle croniste di Repubblica nelle maggiori città italiane che hanno avuto attese e risposte diverse nel weekend, quando molti consultori sono chiusi e i medici di conoscenza - tutti possono fare la ricetta senza obbligo di esami o visite - è in vacanza e non si sa a chi rivolgersi. Così c'è chi al Galliera di Genova ha ricevuto un no secco, chi a Palermo è stata mandata in reparto in attesa del ginecologo per la visita, mentre un'altra ragazza a Napoli dopo essersi vista negare da una dottoressa la pillola perché "è un farmaco mortale e io sono contraria anche agli anticoncezionali", ha avuto la prescrizione dopo essere stata informata sui rischi e aver firmato che era la prima volta.
E se a Bologna le guardie mediche sono disponibili 24 ore su 24, e a Bari le croniste hanno ottenuto tre prescrizioni su tre ospedali visitati, a Milano, nonostante la maggioranza di medici obiettori, assicurano di garantire il servizio. Come all'ospedale Sant'Anna di Torino dove si può avere la pillola del giorno dopo in qualsiasi momento, dice il medico Guido Viale. Ed è lì che si rivolgono le donne dopo aver ricevuto rifiuti motivati dall'assenza del ginecologo all'obiezione in altri ospedali cittadini. Di sabato anche a Firenze è faticoso avere la ricetta: solo un consultorio su otto risponde e comunque non c'è il ginecologo. Ospedali e guardie però funzionano: due ore di attesa al Torre Galli, 25 euro di ticket per la ricetta con tanto di farmaco antivomito. Tempi ridotti e prescrizione gratis invece alla guardia medica. Unica spesa gli 11 euro e 20 in farmacia per la pillola.
(6 aprile 2008) da repubblica.it
A Bologna libertà violata ma non dalla frittata anti-Ferrara
Da Liberazione
di Gaia Maqui Giuliani
Violenza simbolica vs. violenza fisica. La violenza simbolica è quella di frasi dette, nelle trasmissioni, nei talk show, sulle pagine de Il Foglio , ripetute, ostentate e poi urlate durante il comizio di ieri a Bologna. Frasi che suonano come “vi piacciono un miliardo di aborti?”, “noi siamo per una cultura della vita e non della morte”. Frasi che scatenano la rabbia e lo sgomento nelle persone che hanno vissuto l'esperienza dell'aborto, o l'hanno vissuta in seconda persona come madri, amiche, sorelle, figlie. Come compagni, fratelli, padri, amici. Una violenza simbolica che appare insopportabile, perché continuamente amplificata da una serie di attori sociali che non si limitano al duetto Giuliano Ferrara e Giovanni Salizzoni (capolista emiliano di "Aborto? No, grazie"), ma che vanno dal pontefice al prete nella parrocchia locale, dall'operatore del Movimento per la vita nel consultorio, al personale scolastico, convinto che l'educazione sessuale e l'informazione sui contraccettivi siano un "tabù" e che la scuola non sia il luogo adatto per un discorso serio sulla prevenzione.
Una violenza simbolica e discorsiva che poi diviene violenza reale, con conseguenze pesanti sulla vita delle persone, quando, all'occasione, l'obiettore di coscienza rende impossibile il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza o l'assunzione dell'RU486, o quando l'amministrazione locale non apre o dismette i consultori territoriali, lasciando le donne da sole.
Violenza intesa come impossibilità a scegliere, come negazione dell'ultima scialuppa di salvataggio a chi, malcapitata, non ha potuto o non è riuscita a tutelarsi da una gravidanza indesiderata o capisce di non essere abbastanza forte da mettere al mondo una creatura con problemi fisici e mentali.
Questa violenza, che disciplina corpi e pensieri, che mortifica e colpevolizza chi sceglie di non diventare madre buttandole addosso l'accusa di "omicidio" e paragonando la sua azione alla pena di morte è stata accolta, ieri in Piazza Maggiore a Bologna, da una "violenza" caotica ma compatta, fatta di urla, mani alzate con indici e pollici a forma di vagina, e lancio di pomodori e uova. Una "violenza" tumultuosa, sgangherata talvolta, fatta di disorganizzazione e spontaneità. E, se anche c'era stato un progetto di contestazione, rimbalzato nelle liste on-line e in un'assemblea che aveva chiamato a raccolta spazi sociali autogestiti e alcuni gruppi di donne, le transenne che circondavano la piazza - innalzate come se si trattasse di bloccare l'assalto dei lebbrosi al palazzo di cristallo - rendevano quello stesso progetto tutt'altro che ben organizzato.
La Rete delle donne di Bologna, e tutti i collettivi e le realtà femministe e lesbiche che ad essa fanno riferimento, non aveva ritenuto giusto dare al duetto antiabortista alcuna possibilità di accrescere, mediante la contestazione, una visibilità che altrimenti si sarebbe concretizzata in quattro anziani, i classici quattro astanti che chiacchierano di politica di fronte alla basilica di San Petronio. E avevano visto giusto: lasciar rimbombare nel vuoto di una piazza deserta quelle frasi intimidatorie rivestite da retorica salva-vita sarebbe stato forse lo smacco più grande. Piuttosto, la Rete, che lo scorso 8 marzo aveva portato in piazza quattromila persone, avrebbe desiderato costruire, con alcuni dei soggetti presenti alla contestazione, un percorso di lotta duraturo e condiviso e non un'azione schiacciata sull'evento della presenza del duetto a Bologna. Ma molti non hanno resistito e sono andati comunque a contestare o solo a dare un'occhiata. Erano soprattutto uomini, e uomini eterosessuali, e tra le donne, la maggior parte erano ragazze molto giovani. A quella "violenza" caotica ha risposto una violenza che faceva e fa il paio, perfettamente, con la violenza epistemica del discorso antiabortista: quella dei poliziotti sotto il palco e dei carabinieri nella adiacente Piazza del Nettuno. I primi, così come i secondi, hanno caricato a freddo, una, due, tre volte, colpendo chi, armato di pomodori e bottigliette d'acqua, come le ragazze-mignon in prima fila sotto al palco, si è accasciato sotto i colpi dei manganelli dei poliziotti-armadio.
In tal senso la libertà di espressione non è stata violata nel senso descritto da Miriam Mafai sulle colonne del quotidiano La Repubblica : alla presenza del duetto antiabortista, è corrisposta infatti una contestazione non solo prevista, ma voluta dagli stessi organizzatori del comizio. Basti dire che l'ufficio stampa di "Aborto? No, grazie" aveva mandato una email nella lista della Rete delle donne di Bologna, perché voleva, pretendeva, che vi fosse contestazione. Per questo alcuni gruppi femministi avevano deciso di fare altro, come ripetere l'azione "Adotta un consultorio" e affiggere, la notte prima, sui muri della città delle vignette con "pensierini" in difesa dell'autodeterminazione delle donne. Piuttosto quella stessa libertà è stata "ripartita in modo diseguale": picchiare persone con il manganello rovesciato in risposta ad una frittata fatta di urla, uova e pomodori dovrebbe far riflettere sulle modalità d'accesso (differenziato) alla libera espressione e sul livello di esasperazione che aleggia nel Belpaese e che è diretta conseguenza della (considerata lecita) violenza simbolica del continuo attacco alle conquiste delle donne.
4/04/2008
Ferrara non ci passi!
Cofferati: "Inaccettabile, tutti devono poter sostenere le proprie opinioni"Il direttore del "Foglio" costretto a lasciare il palco scortato dalle forze dell'ordine
Ferrara contestato a Bologna la polizia carica, 15 contusi
In prima fila c'erano soprattutto ragazze di vent'anni. E a loro sono andate le manganellate. Che qualche poliziotto si sia lasciato andare se ne sono accorti anche i funzionari della Digos, e uno di loro ha fermato con uno schiaffo un agente che se la stava prendendo con troppa violenza con una ragazzina. Tensione anche quando Ferrara ha lasciato la piazza, sempre scortato dalle forze dell'ordine. I manifestanti gli sono andati addosso e ci sono state altre manganellate: sono volate bottiglie e le sedie di un bar della piazza. Quindi, il giornalista è stato caricato in macchina. L'auto della polizia si è trovata accerchiata dai manifestanti ed è uscita dalla piazza sgommando a forte velocità. La manovra ha ulteriormente esacerbato gli animi: i manifestanti sono saliti sul palco e alcune ragazze hanno improvvisato un comizio in favore della legge 194. La tensione si è a poco a poco allentata solamente quando Ferrara ha definitivamente lasciato Piazza Maggiore.
(2 aprile 2008) da http://www.repubblica.it/
COMUNICATO DI QUELLE CHE NON CI STANNO
sulla repressione poliziesca a Bologna
Alle ore 17 del 1 marzo 2008, in via delle Belle Arti tre compagne del coordinamento Quelle che non ci stanno, che denuncia da anni la violenza maschile sulle donne, promuovevano un presidio per il 4 marzo, sotto il tribunale, in solidarietà ad una donna che denunciò nel settembre del 2006 colui che aveva cercato di stuprarla, tre uomini in borghese senza qualificarsi come forze dell’ordine le avvicinavano chiedendo loro di mostrare i documenti d’identità.
La digos solo in un secondo momento si qualificava, a seguito di molteplici richieste delle compagne che nel frattempo stavano cercando di contattare un’avvocata .
L’avvocata contattata consigliava loro di dare le generalità , ma la comunicazione veniva interrotta bruscamente dal sequestro del telefono cellulare da parte di un poliziotto.
Nel frattempo erano già arrivate sul posto 4 volanti della polizia. Alle compagne, circondate dalla polizia, veniva impedito di dare le generalità e intimato con violenza e prepotenza di salire in macchina.
Circondate da più di 15 poliziotti e digossini venivano quindi introdotte forzatamente sulla volante della polizia e condotte in questura con sirene spiegate. Giunte in questura venivano tutte e tre identificate con foto segnaletiche e impronte digitali di entrambe le mani e dei palmi, quindi intimidite e minacciate in svariati modi, trattenute per tre ore, alla fine delle quali, denunciate per rifiuto di dare le generalità e resistenza a pubblico ufficiale.
Durante questo fermo è stato loro impedito di comunicare all’esterno quanto stava accadendo, lasciandole in uno stato di totale isolamento.
Nel frattempo donne e lesbiche del coordinamento giungevano in solidarietà alle compagne in questura.
Denunciamo la violenza verbale tenuta da subito, le minacce continue, la volontà di impedire di comunicare sia all’esterno che tra loro, la violenza attuata con la presenza di più di quindici poliziotti che le accerchiava e le spingeva di forza in macchina, la scelta di un luogo isolato per effettuare il fermo che ancor di più impediva la visibilità di quanto stava avvenendo.
Denunciamo le minacce di perquisizione personale in questura, le modalità di identificazione avvenute attraverso foto segnaletiche e impronte digitali, l’arroganza, prepotenza, derisione tenuta.
Denunciamo la repressione che colpisce 3 compagne del nostro Coordinamento contro la violenza maschile .
Tutto questo per noi non è solo abuso di potere, ma intimidazione mirata all’attività politica delle donne e lesbiche.
Ricordiamo che questa repressione non ci è nuova: a novembre 2006 a Crevalcore, durante una manifestazione di denuncia di uno stupratore, la polizia teneva un comportamento fortemente intimidatorio e minaccioso nei confronti delle manifestanti, identificandole e cercando di impedire lo svolgimento stesso della manifestazione. IL 20 aprile 2007, durante una manifestazione in Cirenaica, in solidarietà ad una donna che aveva denunciato i suoi due stupratori, ancora una volta la digos minacciava Quelle che non ci stanno.
In questo caso unico neo della nostra presenza pubblica che ci teniamo
a comunicare è stato l’ostruzionismo delle forze dell’ordine, 4 uomini in borghese, che non si sono mai identificati come tali ed una donna che da un certo punto in avanti ha filmato e ripreso ogni nostro movimento.
In fase di conclusione della manifestazione mentre le donne che avevano partecipato scioglievano il corteo, per prendere ognuna la propria direzione, in forma subdola e senza che sussistesse nessun motivo specifico, la polizia provava a fermare ed identificare singole donne.
Allora noi ci chiediamo se il compito di questi operatori delle forze dell’ordine retribuiti anche da noi sia quello di impiegare numerose ore del proprio lavoro a controllare, identificare, provocare e magari denunciare le donne che provano a porre fine e a arginare le atrocità che nei loro confronti vengono agite.
Coloro che hanno come dovere la sicurezza non solo non ce la danno, non riuscendo ad impedire che avvengano gli stupri nè a perseguirne i colpevoli, ma aprono spazi ad atteggiamenti sessisti ostacolando e perseguendo noi .
Il paradosso è evidente e vogliamo che tutte ne siano al corrente.
Bologna, 2 marzo 2008
Quelle che non ci stanno
Autodeterminazione è resistenza!
Ieri pomeriggio super blitz al nuovo policlinico di Napoli nel reparto di ostetricia.
Una bomba a forma di pancione? no
Camorristi con la cuffia da infermier*?no
Una scena di RIS, carabinieri, la squadra o scuola di polizia? nemmeno.
7 uomini in divisa hanno fatto irruzione ieri pomeriggio al nuovopoliclinico per indagare su un interruzione di gravidanza di un fetomalformato.
I paladini del /Sacro Embrione/ cercavano un'irregolarità nellaprocedura di aborto, segnalata, dicono, da una telefonata anonima.Evidentemente il movimento per la vita sta studiando nuove forme di pressione psicologica, giocando anche sulla leggendaria arguzia delle nostre forze dell'ordine, sempre capaci di fiutare un vero reato!Infatti si trattava di una folle bufala...
La donna è stata spaventata, interrogata, messa sotto pressione dopo soli 20 minuti dall'aborto e con lei anche la sua vicina di letto.Criminalizzate entrambe in un momento così delicato.
Di cosa altro ci accuseranno? Cospirazione alla vita? Sovversione alruolo di madre? Capi di reato che fanno luccicare gli occhi alle alte gerarchie ecclesiastiche, ai pancioni del tubo catodico come Ferrara, a vecchi e nuovi fascisti che parlano da balconi, pulpiti, microfoni,salotti televisivi e aule del parlamento.Non si tratta di una fatto di cronaca e nemmeno di un ennesimo maisolato episodio che vede calpestati i diritti.
Quando si parla di donne purtroppo da un pò di tempo a questa parte si parla di una strategia di attacchi ripetuti e collegati tra di loro che mirano non a ledere ma a cancellare del tutto quei diritti che il movimento delle donne si è conquistato e che sono il requisito *minimo* per cui oggi si sentono meno casi di donne morte sotto i ferri da calza delle mannane per un aborto clandestino.
Questo non è un semplice comunicato, perchè come altre volte nella storia non ci limiteremo a denunciare ma resisteremo fino a quando non sarà solo la donna a scegliere per sè e l'autodeterminazione l'unico metro per giudicare le decisoni prese sul nostro corpoper info.degeneri@autistiche.org
La ballata amara di Santa Tejerina
Romina, 21 anni, vittima dell'Argentina anti-abortistaStuprata da un vicino, costretta a tacere la sua gravidanza per i condizionamenti della Chiesa, condannata per infanticidioRiccardo De GennaroLeón Gieco, un popolare cantautore di Santa Fe, città della pampa argentina, ha scritto una canzone per lei, come gli innamorati di una volta. «Santa Tejerina es la santa preferida de los que pidion perdón, vamos a bailar que ya yo te perdoné», la santa preferita di coloro che chiedono perdono, andiamo a ballare che io t'ho già perdonata, dice. Ma la storia di Romina Tejerina non è una storia romantica. È una storia di miseria, paura e prevaricazione, lo specchio di una società, quella argentina, che sacrifica ogni anno sull'altare anti-abortista migliaia di ragazze perlopiù minorenni: una parte muore in seguito ad aborto clandestino, un'altra viene gettata in carcere e deve vivere sotto il duplice peso di una sentenza giudiziaria e della condanna morale di una comunità condizionata dalla Chiesa. Romina Tejerina, 21 anni, un bel volto indio dagli occhi pieni di pianto, appartiene a un terzo gruppo. Deve scontare una pena di 14 anni per aver ucciso la sua bambina appena partorita nella vasca da bagno, dopo essere stata stuprata da un vicino di casa molto più anziano di lei. Emilio «Pocho» Vargas l'aveva aggredita per strada e costretta a salire sulla sua auto: qui l'aveva violentata, sicuro che - anche grazie al fratello poliziotto - l'avrebbe fatta franca. Era il primo agosto del 2002. Se in Argentina esistessero i consultori e l'aborto fosse legale, Romina Tejerina - che ai tempi dello stupro era minorenne - non sarebbe in galera e, due domeniche fa, non sarebbe stata necessaria la mobilitazione di 10mila donne a Jujuy, dove lei è nata e dove sconta la pena, per chiederne la scarcerazione.Dopo essere stata violentata, Romina aveva tentato di abortire clandestinamente. Non aveva denunciato lo stupro per paura e, successivamente, per la vergogna, non aveva detto della gravidanza né ai genitori, né alla sorella maggiore con la quale viveva. Poco prima della sentenza, nel giugno dell'anno scorso, Romina ha raccontato a una giornalista di Pagina 12, che il padre considerava le donne tutte puttane e che l'aveva avvertita: «Se rimarrai incinta mi farai morire d'infarto». Quando la incontrava, il suo violentatore la derideva, si burlava di lei. Infine la minacciava di uccidere suo padre se avesse parlato. «Non posso giustificare quello che ho fatto - ha raccontato Romina - ma ero disperata. Ho trascorso tutti quei mesi senza sapere che cosa fare». La tensione cresceva in lei, la paura di dover convivere tutta la vita con quel ricordo terribile l'ha fatta uscire di testa. Dopo aver partorito ha afferrato un coltello e, in un raptus di follia, ha colpito per 26 volte il corpicino della neonata. Al processo la difesa ha chiesto la perizia psichiatrica, ma il giudice Sarmann del tribunale di Jujuy ha respinto l'istanza. Ha preferito domandare ai testimoni dell'accusa se Romina beveva, come si vestiva, l'atteggiamento che teneva con i ragazzi, se aveva una relazione con il suo Vargas. Non deve stupire in una regione dove spesso padri e datori di lavoro applicano senza problemi il derecho de pernada, lo ius primae noctis, e non c'è vittima che si ribelli perché non serve a niente. L'unica «colpa» di Romina Tejerina, prima che il vicino di casa la stuprasse, era di andare a bere e ballare con gli amici, come tutte le ragazze. Il giudizio della societàBisogna pensare almeno per un attimo a quello che deve sopportare oggi dietro le sbarre: oltre alle durezze del carcere, il giudizio di una società oppressiva e arretrata, alla quale non importa la condizione sociale e la disperazione delle giovani che ogni giorno vengono stuprate e non sanno a chi chiedere aiuto. Romina è colpevole, forse era convinta che uccidendo il bambino avrebbe cancellato per sempre il trauma di quella notte. Non sapeva che la coscienza non funziona in questo modo e la giustizia funziona in modo sbagliato. Non hanno neppure creduto alla sua versione dei fatti: siccome i ripetuti tentativi di aborto avevano contribuito alla nascita prematura della bambina, il giudice ha deciso che non c'era stato stupro perché i tempi del concepimento e della violenza non coincidevano. Non si è nemmeno preoccupato di disporre il test del Dna, ma probabilmente oggi è ammirato per la sua magnanimità, se si tiene conto che la pubblica accusa, sostenuta da una donna, aveva chiesto l'ergastolo per omicidio aggravato e lui le ha inflitto solo 14 anni. Il violentatore, invece, è rimasto in carcere tre settimane, poi è uscito. Ora viene invitato dalle tv locali, dove annuncia: farò dire una messa per la piccola. Ma dopo la sentenza, il caso di Romina ha assunto un valore emblematico e nelle strade delle principali città, da Buenos Aires alla Patagonia, sono apparse scritte di solidarietà nei suoi confronti. Lei, a dire il vero, è sorpresa di essere diventata un simbolo per la liberazione della donna e la lotta per la legalizzazione dell'aborto. Nel solo carcere di San Salvador de Jujuy su 24 detenute tre sono dentro per infanticidio. Natalia, ad esempio, ha ucciso la sua bambina di cinque anni quando ha visto che il marito abusava di lei. Olga, invece, la migliore amica di Romina nel carcere, ha ammazzato con un colpo di pistola il padre, un poliziotto, che la violentava da quando aveva 16 anni. «Libertad por Tejerina, despenalización del aborto» hanno ribadito due domeniche fa quelle 10 mila donne in corteo per le strade di Jujuy, il capoluogo della regione argentina che confina con la Bolivia. La marcia rientrava nell'ambito dei tre giorni dell'Incontro nazionale della Donna, faticosamente organizzato tra le polemiche degli ambienti ecclesiastici e della comuntià locale. La scelta di Jujuy, d'altronde, non è stata casuale: nella regione muoiono 200 partorienti ogni 100mila, la maggioranza per procurato aborto. Le statistiche dicono che l'indice è pari a 2-3 volte quello delle altre regioni argentine e che si avvicina a quello dei Paesi più poveri dell'Africa.Come le tre scimmietteLa grande manifestazione di Jujuy si è svolta senza incidenti, nella massima tranquillità, ma la sua conclusione dice più di molti discorsi. A un certo punto, infatti, una parte del corteo si è diretta verso la cattedrale e l'ha trovata circondata da un centinaio di fedeli. Qui si è verificato un inedito scontro verbale: da un lato, le manifestanti gridavano slogan a sostegno dei diritti della donna e dell'aborto, dall'altro, i fedeli e le fedeli rispondevano a capo chino con il bisbiglìo delle loro preghiere. I due mondi, ora così vicini, non potevano essere più lontani.«No les miran, no les hablen, non respondan», non guardatele, non parlate, non rispondete, era la parola d'ordine fatta circolare tra i credenti, che - come le tre scimmiette - chiudevano occhi, orecchie e bocca davanti a un problema di incredibile gravità. Era come se quelle 10mila donne in corteo non esistessero, o che - come le Madres di plaza de Mayo quando nel '77 cominciarono a reclamare i figli desaparecidos - fossero tutte pazze.Le donne argentine oggi lottano per l'aborto e lo fanno non soltanto per affermare il diritto della donna di poter scegliere della propria vita e del proprio corpo, ma anche, più direttamente, per salvare migliaia di vite umane. Le cifre parlano chiaro: ogni anno in Argentina 360 donne muoiono a causa di aborti illegali, una al giorno. O per dirla con un altro dato: un terzo delle morti di donne rimaste incinta è provocato dagli aborti clandestini. Ma per la Chiesa, i medici, la magistratura questo non è un problema. Sembrano non accorgersene. È come se questi dati non li riguardassero e, dunque, non c'è da stupirsi se a finire in galera sono le ragazze che abortiscono illegalmente e se quel cantautore di Santa Fe è stato addirittura processato per la sua ballata.D'altronde basta ricordare che quando il governo Kirchner tentò un'iniziativa per la diffusione dei contraccettivi tra gli strati più poveri della popolazione l'Argentina rischiò l'incidente diplomatico con il Vaticano. Era il febbraio dell'anno scorso. Il vescovo militare Antonio Baseotto prese carta e penna e scrisse al ministro della Salute accusandolo di apologia di reato. Aggiunse che il ministro avrebbe meritato di essere «gettato in mare con una pietra di mulino al collo». Voleva essere una citazione evangelica, ma il riferimento ai «voli della morte» con i quali la giunta militare eliminava i desaparecidos era esplicito. A fronte della dura reazione del governo, Baseotto ottenne la solidarietà del Vaticano, attraverso una lettera inviatagli dall'allora vescovo e, tre settimane dopo, pontefice Joseph Ratzinger. Questi manifestava al «collega» argentino «un sentimento di particolare stima» e giudicava le sue allucinate parole «un intervento a favore della vita nascente e della dignità della sessualità umana». Evidentemente non di Romina, né di tutte le altre donne. Durante la cerimonia di investitura di Ratzinger a pontefice, Kirchner fu l'unico capo di stato che non avvicinò le labbra all'anello di Benedetto XVI
Simone de Beauvoir: una donna che ancora dà fastidio
da Il Paese delle donne
“L’annata 2008 comincia decisamente molto male”: così aprono il 2008, senza fare i soliti auguri di “bob ton”, "Les Penelopes", le femministe francesi che nel loro sito preferiscono piuttosto soffermarsi sul modo con cui i media celebrano il centenario della nascita di Simone de Beauvoir.
Il titolo con cui aprono l’anno: Une femme derangeante, una donna che disturba, fa dis/ordine. “Si celebra il centenario della nascita di Simone de Beauvoir. No, non gridate al lupo. Non è la celebrazione in sé che ci fa drizzare il capelli in testa, ma la poltiglia per gatti che i media ci offrono e anche lo scandalo che rappresenta il loro perverso bisogno di fare del sensazionalismo piuttosto che informazione.
Di anestesizzare il pensiero piuttosto che di suscitarlo. Certamente, nulla sarà stato risparmiato a Simone de Beauvoir, la donna libera e fiera, la militante, la filosofa, la scrittrice, la grande testimone impegnata del suo tempo. Quella che ha segnato le nostre vite, lo si riconosca oppure no, quella che ha dato senso all’intuizione delle ribellioni isolate, dei tormenti individuali, delle inquietudini impossibili a formularsi. Lei, la prima a descrivere la fabbricazione della donna. Quella che ha dimostrato razionalmente che non si nasce donna ma lo si diventa”.
Sotto accusa è in particolare “le Nouvel Observateur” che - per illustrare il carattere scandaloso per la morale borghese di quei tempi del modo di vita di Simone de Beauvoir, e soprattutto delle “idee di libertà e d’indipendenza che lei rivendicava fieramente ed incarnava” - pubblica una foto di Simone de Beauvoir, nuda, nell’intimità di una sala da bagno, titolando “la scandalosa”.
Les Penelopes si chiedono il perché di questa operazione: “Il pensiero di Simone de Beauvoir sarebbe ancora così attuale da meritare … che la si desacralizzi non con le argomentazioni, il ragionamento ma con l’immagine delle sue natiche? Come se occorresse innanzitutto mostrare che lei era donna come le altre, donna come si guardano le donne, sarebbe a dire sempre e prima di tutto i loro corpi, le loro forme, i loro culi. E che così, … sia messo in scena quello che era impensabile immaginare di questa filosofa deliberatamente ribelle mai rientrata nei ranghi? Come se fosse così possibile depennare tutti gli effetti del pensiero rivoluzionario (si, osiamo questo aggettivo) di quella che ha voluto vivere come credeva giusto pensare”.
E’ una donna che ancora disturba “ molto semplicemente perché in fondo il patriarcato non ha ceduto granché. Malgrado le lotte delle donne, le leggi, e l’esplosione delle famiglie tradizionali, la discriminazione persiste, il dominio permane. Se noi siamo meglio attrezzate oggi per farvi fronte, per comprenderne le radici, è in gran parte perché Simone de Beauvoir ha liberato uno spazio concettuale in cui alcune donne si sono riversate, per dire, produrre idee, analizzare la realtà di milioni di altre donne. Milioni di donne di tutti i paesi si sono riconosciute nei suoi scritti, nelle sue parole, le sue azioni. L’universalità dell’opera di Simone de Beauvoir è attuale, vivente, vibrante. Cento anni dopo la sua nascita, quasi sessanta dalla pubblicazione de “il secondo sesso”, continua a suscitare ammirazione e denigrazione.
A lei che non credeva al destino eterno, sarebbe terribilmente piaciuto di poter dire che la lotta da lei condotta ha portato alla vittoria per l’eguaglianza, la libertà ma poiché non è ancora vero, noi non abbiamo altra scelta che proseguire questa lotta e passare la fiaccola a quelle che, bambine di oggi, avranno domani bisogno di armi per resistere al ritorno del conservatorismo, dell’oscurantismo, dell’integrismo e del liberismo, tutti predatori dell’eguaglianza e dell’emancipazione. Per questo, dobbiamo innanzitutto non perdere la memoria di quelle che ci hanno preceduto”
Aborto: in Veneto torna in pista la legge antiabortista
La proposta prevede che gli antiabortisti possano operare nei consultori. La prossima settimana la Regione potrebbe tornare a discuterne. Ma c'è chi si oppone anche a destra, come la consigliera di Forza Italia Regina Bertipaglia: «Intacca la 194»
Quel progetto di legge aspetta dal dicembre 2004. Tre articoli che spianerebbero la strada ai volontari antiabortisti nelle strutture sanitarie che praticano l'interruzione volontaria di gravidanza. Un testo asciutto e senza fronzoli che punta a «regolamentare le iniziative mirate all'informazione sulle possibili alternative all'aborto», presentato dal Movimento per la Vita e sostenuto da ventimila firme. Non solo materiale informativo ma persone che scorazzerebbero nei consultori familiari, nei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d'aspetto e negli atri degli ospedali pronti a informare sui «rischi sia fisici che psichici cui si espone la donna con l'Ivg». E' stato abbastanza per attivare in Veneto una vasta rete di donne singole, associazioni, partiti e sindacati che il 7 ottobre 2006 hanno manifestato a Venezia in difesa della 194 e dei consultori.Nelle ultime settimane nella regione dove l'85% dei medici è obiettore in tema di aborto, sulla scia dell'iniziativa sulla moratoria proposta dal quotidiano Il Foglio e rilanciata anche dal capo dei vescovi Angelo Bagnasco, c'è chi chiede che il consiglio regionale calendarizzi al più presto la discussione di questo pdl passato per due volte al vaglio delle commissioni. Così hanno fatto soprattutto l'Udc, An e la Lega che del testo sono i più accesi sostenitori mentre in Forza Italia le posizioni sono più articolate tanto che, anche se non si è mai espresso pubblicamente, il presidente Giancarlo Galan non apprezzerebbe particolarmente l'iniziativa. «Ogni volta che il testo è stato affrontato per la discussione in commissione fuori dal palazzo della regione ci sono stati presidi e iniziative di disturbo», sottolinea Gemma Lunian consigliera comunale del Prc «per questo è importante riprendere in mano la protesta». Se è scontata la composizione del fronte nettamente contrario che annovera Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi meno netta sembrerebbe la situazione nel neonato Pd veneto. «A suo tempo i colleghi allora Ds avevano assicurato il loro no», ricorda Lunian «ora staremo a vedere». Non è detto che il pdl, che tra l'altro prevede sanzioni a chi dovesse negare o intralciare l'operato alle associazioni fino alla revoca della possibilità di praticare gli aborti volontari, venga calendarizzato così in fretta e furia come chiesto. Il consiglio regionale si riunirà per la prima volta la prossima settimana ma prima c'è la discussione sul bilancio.Tra chi fa parte del fronte del no c'è la consigliera di Forza Italia Regina Bertipaglia «non ho dubbi sul fatto che sia una legge che va a intaccare la 194, una presenza dei volontari antiabortisti sarebbe invasiva nei confronti delle donne che hanno fatto la loro scelta». Bertipaglia pensa piuttosto a come consentire che i consultori lavorino meglio aumentando anche il lavoro di prevenzione, soprattutto sulla fascia delle giovanissime. E sottolinea come il Veneto sia una delle regioni con la più alta migrazione abortiva dovuta all'alto numero di medici obiettori di coscienza. Una conferma viene dal rapporto Istat 2006 che vede le donne venete andare in media dieci volte di più rispetto alle altre del nord-est ad abortire fuori regione. «Le donne sono costrette a questo triste pellegrinaggio per gli ospedali. Tante che hanno scelto di abortire magari alla quarta settimana si trovano a farlo quando non è più possibile rinviare - aggiunge ancora Bertipaglia - per questo io sono una sostenitrice dell'uso della Ru486 ( la pillola abortiva, ndr) con la dovuta cautela, con tutte le sicurezze ma sarebbe un modo per aggirare questo fenomeno dei medici obiettori».
Giulia Marcante
il manifesto 08/01/2008
Non siamo antipolitiche ma radicali
NON SIAMO “ANTIPOLITICHE”, MA RADICALI
di Daniela Amato, Donatella Coppola, Fabiola Correale, Flavia D’Angeli da Liberazione del 2 dicembre 2007
Dire in poche righe cosa abbia espresso una manifestazione così partecipata, attiva, plurale, come quella del 24 novembre, non è possibile. Le tantissime donne, con diverse esperienze politiche, sociali, territoriali, che hanno risposto all’appello controviolenzadonne.org hanno riconosciuto validità, senza necessariamente condividerlo in toto, al percorso che ci ha portate, in tante e diverse, a costruire l’appuntamento di sabato scorso, la sua piattaforma, le sue modalità. Un tratto, però, ci è sembrato emergesse in maniera evidente e unificante da quella piazza: la denuncia dell’insopportabilità delle condizioni di vita cui sono costrette le donne e la critica alle misure proposte fin qui dal governo, in particolare al pacchetto sicurezza.
Lo striscione delle donne rom che recitava “noi stiamo con Emilia, la donna rom che ha denunciato l’assassino di Giovanna” esprimeva nella maniera più chiara possibile un sentimento diffuso di netta opposizione alla campagna razzista delle scorse settimane che ha preso in ostaggio il corpo delle donne, mascherando la realtà di una violenza che si perpetua principalmente tra le nostre, italianissime, mura domestiche. A questa radicalità di contenuti la manifestazione accompagnava una forte diffidenza verso ogni tentativo di strumentalizzazione politica, tanto di destra quanto di “governo”. A chi ci ha definito “oche, cretine, stupide” non vale molto la pena rispondere, se non nelle modalità pacifiche ma determinate con cui abbiamo fatto sabato sera riprendendoci un palco che era stato calato letteralmente sulle nostre teste. A chi invece, in maniera un po’ più fine, ci accusa di antipolitica, settarismo, minoritarismo, crediamo giusto rispondere che se per politica si intendono i giochi di palazzo che sacrificano sull’altare delle mediazioni di governo l’estensione dei diritti civili alle coppie omosessuali (in nome della “sacrosanta” famiglia naturale che abbiamo detto essere la culla della violenza sulle donne); la cancellazione di una legge vergognosa come quella sulle Pma; la difesa “senza e senza ma” della legge 194…allora forse un po’ di antipolitica farebbe bene a molte e molti. A noi sembra, invece, che le donne che erano in piazza abbiano, anche simbolicamente, rifiutato quella politica per rivendicarne una molto più genuina, fatta del protagonismo dei soggetti reali, della radicale critica ad un modello sociale e culturale oppressivo e violento, patriarcale. Alcune, dall’alto della propria esperienza storica nel movimento femminista, ci hanno “bacchettato” sulle dita (con una modalità paternalista di relazione con una nuova generazione di donne) perché non avremmo capito che una manifestazione di donne dovrebbe accoglierle tutte, senza distinzioni di schieramento politico. Noi, invece, non crediamo ad una riduzione biologica del “femminile”, rivendichiamo la legittimità di sviluppare una soggettività politica che sappia criticare donne che, come la Prestigiacomo, non sembrano soffrire particolarmente il proprio leader di partito che si permette di dire «Anna Finocchiaro è brava…anche se donna», che al governo ha prodotto la legge 40, che ha sostenuto appieno il Family Day. Una soggettività politica che sa rifiutare la delega in bianco ad altre donne, comodamente installate in posizioni di potere, che nulla (o quasi) fanno per denunciare le complicità di questo governo con l’offensiva familista, reazionaria, razzista che travolge in primo luogo le donne. Le ministre, peraltro, hanno tranquillamente potuto sfilare nel corteo senza che nessuna pensasse di allontanarle, ma non potevano né dovevano arrogarsi il diritto di parlare a nome e per conto delle centomila donne che erano in piazza, riproducendo una modalità davvero maschile e violenta di relazione con altre donne a difesa di un governo che continua a smantellare i servizi sociali, ad imporre la precarietà a vita, a tagliare le pensioni, intervenendo quindi direttamente, e drammaticamente, sulla vita delle donne.In questo contesto la scelta di organizzare una manifestazione di “donne per le donne”, che pure non va assolutizzata ne espunta dal confronto e dalla discussione sulle diverse pratiche che ci attraversano, ci è sembrata particolarmente appropriata ed utile. A chi, di nuovo, ci dice che non vogliamo confrontarci con gli uomini, che pensiamo di vivere ed agire in un’isola felice di sole donne oppure che ci chiudiamo in un ghetto, rispondiamo che non è scritto da nessuna parte che confrontarsi, interloquire, progettare insieme un mondo diverso e migliore, debba necessariamente e sempre significare la delega agli uomini dei nostri percorsi politici. Coscienti che solo con un po’ di sana conflittualità da parte delle donne, gli uomini, anche i più coscienti, cominceranno a fare davvero i conti con una nuova modalità di relazione che non sia basata sul potere e sul possesso. Anche scendere in piazza come donne ha molto da dire agli uomini, se solo volessero e sapessero ascoltare. Sabato in piazza eravamo tantissime, diverse, felici, ma anche determinate a difendere il bene prezioso del movimento delle donne da ogni tentativo di strumentalizzazione e di decisione politica sulle nostre teste. Coscienti che non sarà dalla politica di palazzo che verrà la riposta ai nostri bisogni, ma dal protagonismo e dalla mobilitazione di tutte noi.
