Archive for aprile 2008

Compagna quando amavamo

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Ritorneranno, compagna, quei pomeriggi cupi
Quando ci amavamo distese tra le ombre in autunno?
I miei occhi fissi nel tuo sguardo
Il tuo sguardo che sempre allontanava il mondo
Quei pomeriggi quando ci coricavamo nelle nubi.

Mano nella mano passeggiavamo per le strade
Tra i bambini che giocavano a handball
I venditori e i loro sapori di carne bruciacchiata?
La gente guardava le nostre mani
Ci cercavano gli occhi e si sorridevano
Complici, in questo affare, dell’aria mite.
In un caffè o altro ci sedevamo molto vicine.
Ci piaceva tutto: le cantine annerite
La musica di Silvio, il rumore dei treni
E fagioli. Compagna,
Ritorneranno quei pomeriggi cupi quando ci amavamo?

Ti ricordi quando ti dicevo, toccami!
Quando la carne illesa cercava la carne e i denti, la bocca
Nei labirinti della tua bocca
Quei pomeriggi, isole non scoperte
Quando camminavamo fino alla riva.
Le mie dita lente percorrevano le colline dei tuoi seni
Attraversavano la pianura della tua spalla
I tuoi gelsi mi riempivano la bocca
L’antro bagnato e grondante.
Il tuo cuore nella mia lingua finanche nei miei sogni.
Due pescatori che nuotavano nei mari
Cercando la perla.
Non ti ricordi come ci amavamo, compagna?

Ritorneranno quei pomeriggi quando vacillavamo
Passi lunghi, mani intrecciate sulla spiaggia?
I gabbiani e le brezze
Due lesbiche vaghe nell’isola della mutua melodia.
Le tue tenere mani e i pianeti che cadevano.

Quei pomeriggi tinteggiati di rosso
Quando ci consegnavamo alle onde
Quando ci buttavamo
Sull’erba del parco
Due corpi di donna sotto gli alberi
Che guardavano le barche che attraversavano il fiume
Le tue ciglia che spazzavano il mio viso
Sonnecchiando, odoravo la tua pelle di papavero.
Due straniere al bordo dell’abisso
Io cadevo stordita sul tuo corpo
Sulle lune piene dei tuoi seni
Quei pomeriggi quando il mondo si cullava con il mio respiro
Due donne che diventavano una sola ombra ballerina
Quei pomeriggi camminavamo fino a quando i lampioni
Si accendevano nei viali.

Ritorneranno
Compagna, quei pomeriggi quando ci amavamo?


Gloria Anzaldua (1942-2004)

Scrittrice femminista chicana tejana patlace (lesbica) di rio Grande Valley,Sud del Texas.

il nostro percorso.doc

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Negli incontri con voi è emersa insistentemente una questione: perché Benazir ha deciso di lavorare sulla sessualità?Che peso e significato ha lavorare proprio su questo tema?
La nostra risposta, a posteriori, è che la nostra scelta è di natura politica. La volontà di fare una politica spontanea che proprio nella sua spontaneità racchiude l’autenticità e l’imprevedibilità che caratterizza ogni vero gesto politico. Ma non vogliamo iniziare da qui. Grazie al confronto con un altro collettivo di donne così diverso, abbiamo iniziato a riflettere sulla nostra scelta, sul nostro percorso che per noi prima era “naturale”.
La nostra autocoscienza è stata in qualche modo una cosa naturale, spontanea. E’ iniziata con un’esigenza forte di tutte noi di parlare, confrontarsi su temi che erano, al tempo, dei tabù o comunque difficili da accettare e comunicare. Da qui è nato un percorso complesso con mille sfaccettature che però non si è fermato a quella fase “embrionale” di confidenza/sfogo. Ha preso una sua strada, ed è forse diventata col tempo una cosa più politica. E allora sorge un’altra domanda: perché seguire questa strada?La questione sessualità poteva esaurirsi dopo quel momento iniziale di “sfogo”. Proprio grazie a questo confronto con donne con storie diverse ci siamo convinte della scelta di tipo politico fondamentale del nostro collettivo. Molte sono state le osservazioni fatte: c’è una componente anagrafica (abbiamo iniziato in un momento importante della nostra vita sessuale); ci può essere una componente storica: un ritorno ad una pratica che ha il sapore degli anni 70 proprio perché in qualche modo c’è stato un gap generazionale, e anche se la situazione sociale e politica è profondamente cambiata (basti pensare come è cambiata la situazione dicotomica tra pubblico e privato) c’è evidentemente un’esigenza di confronto profondo tra donne giovani su argomenti così intimi. Crediamo che tutte queste riflessioni siano corrette ma crediamo anche che rimanga indispensabile un lavoro così profondo di autocoscienza proprio perché in ogni secondo viene a rendersi palese il vero problema delle donne in questa società. Un problema che è legato strettamente al corpo. Donna e corpo sono inscindibili, sia nella percezione dell’essere donne (ricordiamo la prima domanda con la quale abbiamo iniziato il nostro percorso e la risposta che ci siamo date: Cosa vuol dire essere donna?Essere un corpo sessuato al femminile.), sia nell’ambito politico e sociale. La donna è corpo da proteggere, minacciare, escludere, emarginare, usare. Da usufruire in qualsiasi modo da parte dell’uomo e ci permettiamo di dire anche dall’immaginario di noi stesse.
La donna-corpo è un soggetto misterioso, che non avendo la ragione (non potendo quindi controllare i suoi impulsi sessuali)deve essere rilegata alla sfera domestica. Quella sfera privata che è al limite (come la stessa figura della donna) tra natura e cultura. La donna-corpo che può (e deve) generare deve avere una sua dimensione a-politica da proteggere perché in realtà preziosa alla sfera pubblica (perché generante di quegli uomini che poi andranno ad agire in quest’ultima sfera, e in quanto avente un potere “liberatorio”rispetto agli uomini-mariti che possono dedicarsi totalmente alla sfera pubblica).
La donna-corpo non ha partecipato alla sfera pubblica per secoli ma ora la situazione è cambiata. La dicotomia pubblico/privato sta crollando col tempo o meglio prendendo una forma distorta e complessa.
La donna partecipa, entra nella sfera pubblica ma rimane un soggetto debole che in tutti gli ambiti deve essere protetta e sostenuta.
Lo vediamo tutti i giorni nei vari provvedimenti politici e sociali. La donna viene vista come debole, come soggetto entrato in un secondo momento nella sfera politica e perciò in qualche modo ancora “mancante”. Basti pensare alle quote rosa o all’istituzione del Ministero per la pari opportunità. Se da una parte la donna è entrata come maschio imperfetto nella sfera pubblica, dall’altro rimane una figura legata, quasi ingabbiata al suo potere generativo. E dunque spuntano, non solo i soliti e grotteschi attacchi e violazioni al corpo femminile (attacchi alla 194, per esempio), ma anche tutti quegli interventi pubblici e non solo per valorizzare la donna intesa come madre o come “figura della cura”. La donna non si stacca mai dal suo corpo, è il suo corpo che entra in una duplice tenaglia. La nostra cultura, costruita e pensata “al maschile” si basa e fonda sull’accesso al corpo di donna. Se da una parte lo minaccia (violenza psicologica,fisica,sessuale), dall’altra parte si erge a protezione di un soggetto debole che pare non riuscire a liberarsi mai da questa condizione di subordinazione. In questa situazione, che prende molte volte risvolti tragici, un lavoro profondo sul corpo è necessario. Corpo che si viene a configurare come sessualità, vissuta, desiderata, immaginata.
Un percorso che nasce e si sviluppa grazie al confronto intimo sulla sessualità ha il potere di “toccare” o perlomeno cogliere il vero nodo della questione femminile. Questione che emerge dalla consapevolezza del proprio corpo, dall’immaginario creato da noi stesse o assorbito inconsciamente. Coscienza di sé e della possibile analisi della condizione femminile fatta attraverso un lavoro su qualcosa ritenuto sempre così intimo e privato e per cui non discutibile o politico. Nel sesso praticato da ognuna di noi vivono e vengono a svilupparsi dinamiche di relazione, di potere e scambio che possono essere il punto di partenza di un lavoro politico di genere. Superato il primo momento di sfogo e di liberazione da certi tabù si passa all’analisi, alla problematizzazione di quegli aspetti quotidiani della vita di una donna che sembrano così poco percepibili (e dunque così poco politici) proprio perché invisibili.
Crediamo che, grazie ad un lavoro di comunicazione e condivisione della dimensione sessuale di ognuna di noi, si possa veramente conciliare un lavoro personale e contemporaneamente collettivo che prende una forma politica forte. Politica delle relazioni, della consapevolezza e del conflitto. Prendere coscienza del proprio corpo attraverso la propria esperienza e dimensione sessuale permette di decostruirsi interiormente, mettere in crisi la propria identità (non solo sessuale)e le proprie relazioni. Troppo spesso assistiamo alla subordinazione della donna che in un certo senso parte dalla vita sessuale. Subordinazione dettata dall’ inesperienza, dall’ignoranza, dalla poca coscienza di sé, del proprio sesso e del proprio desiderio.

Aborti in calo nel 2007

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Aborto, nel 2007 in calo del 3%, aumenta però tra le immigrate
In crescita il numero di medici e paramedici obiettori

Interruzioni volontarie di gravidanza in diminuzione nel 2007: nell'arco dei 12 mesi ne sono state 127.038 con un calo del 3% rispetto al 2006 (131.038 casi) e del 45,9% nel confronto con il 1982, l'anno in cui si è registrato il più alto numero di interventi (234.801 casi).
E' quanto emerge dalla relazione annuale del ministro della Salute, Livia Turco, sull'attuazione della legge 194/78. La diminuzione complessiva del 2007 è dovuta al calo netto degli aborti tra le donne italiane, (-3,7% rispetto al 2006 e -61,4% sul 1982), mentre le immigrate continuano a fare ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza sempre più numerose, con un 4,5 per cento in più rispetto all'anno precedente.
Il tasso di abortività (numero degli interventi per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), l'indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all'aborto, nel 2007 è risultato pari a 9,1 per 1.000 a fronte del 9,4 per 1.000 del 2006 e del 17,2 per 1.000 del 1982.
E in tutto il paese aumenta l'obiezione di coscienza, con alcune regioni come la Campania dove i casi sono raddoppiati: tra i i ginecologi è passata dal 58,7% al 69,2%; tra gli anestesisti dal 45,7% al 50,4%; tra il personale non medico, dal 38,6% al 42,6%.
(22 aprile 2008) da repubblica.it

I giorni veri.Le ragazze della Resistenza

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SOCIETA' LETTERARIA e il FILO DI ARIANNA

in collaborazione con

ISTITUTO VERONESE PER LA STORIA DELLA RESISTENZA E DELL'ETA' CONTEMPORANEA



mercoledì 23 aprile alle ore 18.15 in Società Letteraria proiezione del film


"I giorni veri. Le ragazze della Resistenza"

introduce Valentina Catania, storica




ingresso libero fino ad esaurimento dei posti

Nessun revisionismo!Per non dimenticare!

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Venerdi 25 aprile ore 18.00 piazza Bra - Verona
Iniziativa per ricordare le vittime dimenticate!
Come tutti gli anni ci ritroviamo davanti al monumento che ricorda tutti i campi di concentramento, fuori da tutti i protocolli e le etichette, dove tutt* sono invitat* a ricordare ebrei, ‘zingari’, omosessuali, lesbiche, trans, ‘asociali’, ‘malati di mente’, disabili, dissidenti, comunisti, anarchici, mendicanti, emigranti, testimoni di Geova.Durante la manifestazione verranno lette delle testimonianze di persone che hanno conosciuto l'orrore dei lager nazisti.

Sabato 26 aprile ore 18.30 c/o Circolo Pink
Donne sotto il fascismo: deportate, lesbiche, partigiane
Presentazione di Fuori della Norma. Storie lesbiche nell’Italia della prima metà del Novecento, Rosenberg & Sellier 2007 – Elena Biagini (Azione Gay e Lesbica),
Nicoletta Poidimani (Maistat@zitt@)
Donne in armi nella Resistenza italiana: “le poche feroci” – Lidia Martin (Maistat@zitt@)
Il triangolo trasparente: l’invisibilità delle lesbiche nei campi di sterminio -Luki Massa (Fuoricampo Lesbian Group)

“Le SS ci guardavano: per loro eravamo come degli scarafaggi”
Mostra fotografica sulle donne deportate a cura di Azione Gay e Lesbica

Buffet palestinese

Seguono proiezioni serali, dalle 21.30:
L'altro ieri, di Gabriella Romano (28 min., 2002)
Cinque testimonianze di donne sull'omosessualità femminile durante il fascismo. Sarà presente l’autrice.

Love Story, di Catrine Clay (50 min., 1998)La vera storia di Lilly Wurst e Felice Schragenheim. Una 'ariana' l'altra ebrea deportata e uccisa. Documentario prodotto dalla BBC, sulla vicenda che ha ispirato anche il libro 'Aimée & Jaguar'.
presso il circolo Pink

Terre di confine/La frontera

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Come recensione del libro "Terre di confine/La frontera" di Gloria Anzaldua, vi proponiamo una sua intervista a cura di Paola Zaccaria.


Biografia (a cura di Paola Zaccaria)
G. Anzaldúa (1942), scrittrice e poeta chicana del Sud del Texas, attualmente residente a Santa Cruz, California. Nel 1983 ha curato, insieme a Cherríe Moraga, la prima antologia di scritti di donne di colore radicali: This Bridge Called My Back (Questo ponte chiamato schiena). Il suo complesso testo politico, poetico, radicale, lesbico, mitologico, autobiografico, storico e altro ancora Borderlands/La Frontera: The New Mestiza, pubblicato nel 1987, portando insieme lingua e cultura spagnola e inglese, ha dato grande impulso alla letteratura e alla coscienza chicana ma anche latina, ponendo al centro del dibattito politico ed estetico la questione/simbolo della frontiera e degli attraversamenti culturali. Nel 1989 ha curato la raccolta di saggi Making Face, Making Soul/Haciendo Caras: Creative and Critical Perspectives by Feminists of Color (Fare facce, fare anima: Prospettive creative e critiche di femministe di colore) in cui vengono affrontate questioni come l’identità culturale, il razzismo, il femminismo e la letteratura multietnica e multilingue È anche autrice di letteratura per bambini: un libro illustrato bilingue dal titolo Prietita has a friend/Prietita tiene un amigo (1991), cui seguono Friends from the Other Side/Amigos del Otro Lado (1993) e Prietita y La Llorona (1996). Ha insegnato scrittura creativa, studi chicani e femministi in varie università statunitensi ed è collaboratrice della rivista femminista lesbica "Sinister Wisdom"..

Intervista a Gloria Anzaldúa
di Paola Zaccaria
19 Ottobre 1998. Santa Cruz, California.
Viene a prendermi alla fermata dell’autobus con una macchina piccola e vecchia, altamente non american-style. È piccoletta, ha tagliato i capelli rispetto alle foto che avevo visto di lei, non è imbarazzata dalla sconosciuta che, senza mediazioni, ha accettato di ricevere per un’intervista. Parla con precisione, non ingoiando sillabe, con un leggero accento messicano: è l’esatto rovescio delle voci stridule o troppo su di tono dello stereotipo linguistico americano. Andiamo subito a casa sua, una villetta nella periferia verso il mare. Mi accolgono colori e segni messicano americani: oggetti, copertine in stile messicano tradizionale, ma soprattutto disegni, dipinti, sculturine, specchietti chiaramente segnati da ibridazioni, o come direbbe lei, mestizajed. Sono quasi tutti doni, per lo più donne che, ispirate dal suo lavoro teorico e creativo, a loro volta hanno creato. M’ informa su chi e perché ha fatto gli oggetti su cui si sofferma la mia attenzione, o me ne indica altri che lei ritiene esteticamente significativi o particolari per la storia che sta dietro il manufatto.
Poi mi mostra la stanza in cui scrive, luminosa, con un letto-divano posto sotto una grande finestra a vetri che si affaccia sul giardinetto interno. È qui che scrive, sostenuta da un ingegnoso sistema di cuscini anatomici che la sostengono nella posizione di lettura, o di scrittura, o di sonno.
È qui che m’invita a sedere per iniziare l’intervista.

Come spiegheresti ad un pubblico italiano, cui la questione del mestizaje è sconosciuta, il percorso che ha condotto te e altri intelletttuali della tua comunità ad elaborare un modo di pensare/essere definibile come mestizaje? Sebbene anche in Italia ci sia stata migrazione interna, sebbene vi sia stata discriminazione e ancora c’è un conflitto irrisolto fra il Nord e il Sud, nonostante stiamo cominciando a conoscere le dinamiche delle migrazioni, non c’è stata un’elaborazione di un pensiero e di una coscienza così profondi come l’idea della mestiza, che implica l’essere culturalmente sia questo sia quello, non semplicemente o l’uno o l’altro.

G.A.: Quando ti ritrovi ad essere una donna in un mondo di uomini o una messicana in un mondo bianco d’origine inglese o una chicana in un mondo messicano attraverso le frontiere; o sei qualcuno che viene da una classe campesina e di colpo ti ritrovi a far parte della classe intellettuale, in un’ambiente accademico, allora cominci ad essere consapevole che esistono mondi differenti. Nel mio caso realizzai che non ero semplicemente una donna o semplicemente una messicana o semplicemente una chicana, o semplicemente quella particolare persona che avevo sempre pensato di essere basandomi sulle definizioni di me che venivano dalla mia cultura, ma che c’erano delle cose che mi riguardavano che esistevano al di fuori della cultura, al di fuori della cultura messicana e al di fuori della cultura bianca.
Cominciai così a fare attenzione a come ero e a come guardavo alle cose, alla gente; cominciai a fare attenzione a come pensavo alla natura, a ciò che stava accadendo al mondo e a ciò che stava accadendo all’interno della mia testa, e realizzai di essere come una pianta che era stata innestata su altre, differenti comunità, mondi, culture, ideologie, e che questo era il futuro, questo era come sarebbe stato il mondo perché il tempo ha avuto un’accelerazione a causa dei progressi tecnologici, come internet, e che la gente va di meno da un mondo in un altro. Puoi essere in Italia e comunicare con me in Santa Cruz o puoi prendere l’aereo e ritrovarti nel mezzo di culture completamente differenti.

Che impatto ha tutto questo sul modo con cui percepisci il mondo? Cominciai così a cercare di formulare questo concetto di mestizaje in modo che fosse comprensibile agli altri nelle conferenze e nelle opere che andavo scrivendo. Una delle immagini visive attraverso cui cercavo di trasmettere tutto questo era una figura stilizzata con tutte queste diverse gambe e con tutti questi diversi mondi: l’ebrea, l’eterosessuale, la queer, la bianca, l’accademica, la campesina… sai, tutti i diversi mondi in cui la gente naviga quotidianamente, e così questa figura stilizzata con tutte queste differenti gambe rappresenta le diverse comunbità, le diverse culture. Intorno alla figura c’era una cornice di riferimento bianca perché ogni cosa in questa nazione è vista da una prospettiva culturale bianca angla: la cultura popolare, i massmedia, l’educazione accademica – la cultura bianca è ovunque. Nel bel mezzo di questo grande cerchio che ho dipinto come un oceano c’è un pesce, e il pesce non è consapevole del proprio elemento, l’acqua, finché non lo tiri fuori dall’acqua.
È quel che accade alla gente che non è consapevole dell’aria che respira, dell’acqua che beve, della cultura cui fa riferimento. Pensa che sia un qualcosa di dato, un modo naturale d’essere, una legge della realtà, ma quando il pesce fuoriesce dall’oceano, realizza che la realtà è definita in quel modo solo dalle persone di quel particolare oceano, di quella particolare cultura, e che tutti i gruppi hanno le proprie differenti ideologie, il proprio modo di percepire la realtà, il proprio modo di dire com’è l’acqua. Così hai tante immagini di tanti mondi.
Quel che una persona che vive in un mondo mestizajed, un mondo di razze miste, di classi miste, di professioni miste, di sensibilità miste, quel che una persona mestiza comincia a fare nella sua mente è affrontare una specie di, come dire, una specie di terrore, di lotta, di trauma, dovendo traslare dal mondo chicano in quello bianco in quello messicano, o nel mondo accademico. C’è un sentimento di paura che si accompagna al trauma – paura di pericolo per la propria casa, la propria appartenenza. Ma quando hai attraversato il trauma, e sei dall’altra parte, realizzi d’aver sviluppato delle abilità e così questa cosa che era una lotta, era una forma di oppressione, tutt’ad un tratto diventa questa forza, quest’abilità, questa facilità di viaggiare attraverso mondi. E io penso che le persone che non rientrano mai completamente nella loro comunità – io per esempio non mi sono mai sentita a mio agio nella comunità chicana che vive nel Sud del Texas –, le persone come me che non sono mai rientrate nella cultura anglo-americana bianca, così che avvertono quella spaccatura, e poi non mi sono adattata alla comunità chicana, e così c’è un’altra spaccatura; e mai mi sono integrata nella cultura accademica tradizionale, e così ancora un’altra spaccatura – penso che persone così ce ne siano tante, persone che abitano le incrinature, e che non realizzano la cosa, si ritengono normali, o pur ritenendosi diversi, strani, proiettano su altri: ebrei, queer, immigrati illegali, o altro. Proiettando sugli altri, conservano l’illusione di essere normali, nella media. Ma ci sono gruppi in questo paese – neri, asiatici, chicanos, nativi americani, queers, ebrei, poveri – che sanno di non essere a misura della norma, sanno di abitare queste spaccature. Penso che quello che cercavo di articolare quando scrivevo Borderlands è qualcosa che tantissima gente stava al tempo sperimentando: ecco perché quando hanno letto Borderlands hanno risposto in modo straordinario – perché si sono visti riflessi in questo testo; hanno visto che la loro vita era così, ma che mai era stata articolata in questo tipo di stile. Sentivano di non avere parole, il vocabolario inglese che possedevano non aveva le parole per descrivere questa realtà. Perciò una delle ragioni per le quali ho usato la lingua messicano americana, la lingua chicana, lo spagnolo e non altre lingue, è perché il vocabolario che molti posseggono è fatto di parole che vengono dalla filosofia europea. E questa realtà che io cercavo di articolare, e non ero l’unica a fare il tentativo, sono una delle tante, non poteva far uso delle vecchie parole: dovevo coniare nuove parole, o prendere le vecchie parole e usarle in modo nuovo. Così, mestizaje era questo tipo di parola. Non potevo semplicemente dire mestizo/mestiza, doveva essere la nuova mestiza, perché la vecchia mestiza indicava il sangue misto, ma io non stavo parlando di biologia: parlavo di cultura. E penso che mestizaje è il futuro perché il tempo impiegato per viaggiare diventa sempre più breve, così penso che ci ritroveremo a navigare in più mondi in minor tempo. Ciò implica che quando sei uno che lavora nel mondo degli affari o dell’accademia, le teorie vanno da un mondo all’altro, da un computer all’altro; quando leggi qualcosa teorizzata da una chicana o da una donna nera e tu sei italiana, allora comincia il processo di andare dall’Italia negli Stati Uniti: qualcosa accade al modo di percepire la realtà. È di questo che parlo, parlo dei cambiamenti o delle modificazioni di prospettiva, e delle modificazioni e cambiamenti di percezione che portano al cambiamento di pensiero e sentimenti. Così, stiamo parlando di un processo che non significa solo viaggiare per il mondo ma fare il mondo. In altri termini: tu sai di essere italiana e sai di avere una certa cultura, un’ideologia con la quale sei cresciuta, e che quella cultura definisce la realtà così e così e definisce il genere e crea una parvenza di un mondo con le sue leggi, regole e costumi, e tutt’ad un tratto lasci quel mondo che la tua cultura ha voluto per te e vieni nel mondo chicano, e leggi quella letteratura e mangi con i chicanos e t’immergi in quella cultura. Quando ritornerai a casa, porterai con te qualche nuova percezione e così il tuo vecchio mondo dovrà essere modificato, cambiato, e a volte ricostruito secondo il femminismo o secondo qualcosa di fisico che hai appreso, o secondo qualche nuova idea sulla socializzazione che hai appreso– così in realtà stai ricostruendo il tuo mondo. Hai solo viaggiato attraverso mondi, ma quando ritorni devi rifare il tuo mondo.
Sto cercando di mettere in parole tutto ciò. Al momento sto lavorando al fine di mostrare come il modo con cui un’artista crea un dipinto o uno scrittore crea una storia è molto simile alla modalità con cui noi creamo la nostra realtà, il nostro mondo. Sto rintracciando le analogie fra le nuove idee sulla fisiologia, sulla genetica, sulla matematica – le idee della comunità scientifica – e le sto confrontando, e mi servono per parlare di creatività e composizione e scrivere storie.
Sto usando alcune di quelle idee ma sto anche usando il modo con cui una persona crea un testo per parlare di come il mondo è creato, di come il mondo è testo. Perché se il mondo è un testo, chi ha scritto il testo? C’è un dio? Sto inoltrandomi in questo tipo di idee…

Volevo appunto chiederti del tuo nuovo lavoro, conoscere su quali questioni estetiche e politiche si focalizza al momento la tua poetica.

G.A.: Mi sto concentrando sul narrare, sulle storie. Sai bene che c’è la storia della scienza, c’è una storia della democrazia, c’è una storia del comunismo, del femminismo – ci sono tutte queste differenti storie. Sto riflettendo su come sono costruite queste storie, e com’ è costruito il mondo narrativo. E sto interrogando il mio personale processo nel manovrare tutti questi differenti stati mentali, a seconda se uso il cervello destro o sinistro; o se passo dallo stato del sogno in cui immaginativamente un personaggio o una scena sono creati, a quello della consapevolezza in cui tutto è osservato in modo razionale; e come i diversi cervelli interagiscono quando si formulano idee sul raccontare o quando si percepisce la realtà, o quando si pensa a qualcosa che è accaduto nel passato, ai ricordi. M’interessa come lavora la mente, come lavora la consapevolezza. É qualcosa che sto facendo a due differenti livelli: lo sto facendo nella scrittura di memoria di tipo non-fictional, come ho fatto in Borderlands, e lo sto facendo in riferimento alla narrativa, alla fiction: come posso prendere queste idee e drammatizzarle. Il problema per me è che in quel genere particolare, il campo della narrativa, non puoi teorizzare, non puoi descrivere, definire quel che i personaggi stanno cercando di fare o quel che essi stanno pensando. L’autore non può entrare nella narrazione e dire: questo è quel che io penso sulla realtà. Occorre drammatizzarlo, ricrearlo per il lettore, così che il lettore ne faccia esperienza senza che lo scrittore entri nella sua testa e dica: è questa l’idea che ti voglio trasmettere. Tendo ad un tipo di scrittura dove posso dire al lettore: questo è come io percepisco la realtà, queste sono le mie idee sulla costruzione del mondo.
Lo posso fare, ma non lo posso fare nella fiction. I due progetti sui quali proprio al momento sto lavorando in parallelo sono: cercare di narrativizzare le idee che ti ho appena espresso – le nostre percezioni circa la costruzione del mondo, su come lavorano la coscienza, la mente, i sentimenti e i pensieri, e come essi sono filtrati attraverso le percezioni e come la percezione dipenda dalla percezione visiva, ma purtroppo gli umani riescono a cogliere solo il 5% dell’intera gamma di colori dello spettro. Ci sono realtà che riusciamo a percepire, ma la realtà che ci è permesso di percepire è solo quella che la nostra cultura ci consente: non sei autorizzata a vedere fantasmi, non sei autorizzata a ritenere che ci sia una realtà spirituale e che ci sia una coscienza nella natura, per cui ti senti parte di un tutto: gli alberi, il cielo, l’oceano, ogni cosa vivente…tutto ciò non fa parte della nostra cultura, non siamo autorizzate a percepirlo. Se lo percepisci sei un anacronismo perché si suppone che solo i popoli primitivi possano avere questa connessione con la natura, o riescano a percepire gli spiriti. Certe percezioni della realtà sono, come dire, messe al bando. Così, nel mio lavoro narrativo, sto cercando di creare mondi in cui queste realtà sono altrettanto reali della TV o del notiziario che ascoltiamo ogni giorno; sto cercando di creare uno spazio della fantasia nel testo, così che il lettore, nel mentre legge questo tipo di storia, ritenga vera quella fantasia.
Quando scrivo per il testo intitolato La Prieta, in un lavoro parallelo chiamato appunto Writing Outside La Prieta,trascrivo le mie lotte con la scrittura, le idee e il modo con cui presentarle, e tramite questo rieco ad arrivare a come descrivere e teorizzare e spiegare come voglio che le cose siano. A volte per ogni giorno di lavoro ho come un incendio, un fuoco che divampa al di fuori della storia, molto più lungo della storia. Per tre-quattro pagine di racconto, posso aver scritto ventisei pagine su quel che ho fatto.
Questo dunque è il primo progetto di cui ti dicevo. L’altro progetto è parlare delle idee che ho cominciato a sperimentare, o tentato d’articolare in Borderlands. Si tratta di una specie di seguito a Borderlands, dove teorizzo la lettura della realtà, del mondo, la lettura di quel che avviene nelle strade, di quel che avviene in famiglia. Scrivere, ma non scrivere solo fictions; non solo, voglio dire, scrivere come atto fisico di prendere il mondo e metterlo sulla pagina, ma anche come scriviamo il mondo, come creiamo questi mondi, come inscriviamo le nostre idee circa la realtà sul mondo, e come nasce il dubbio. Ho in corso tutti questi progetti …

Mi sembra un bel po’!

G.A.: È piacevole sedere qui (nella stanza-studio) mentre scrivo e penso; sedere qui e guardare gli uccellini, vieni a vedere, uccellini che vanno da un fiore ad un altro – è così che le nostre idee vanno fuori, vanno da una cultura all’altro

Sì, come l’andare da una cultura all’altra. È per questo che per dire dell’attraversamento tu parli di impollinazione incrociata…

G.A.: Sì. E quando il vento è forte, sento le onde che s’infrangono, e in quelle onde che vengono e vanno e vengono… c’è come assenza di tempo. Tutto ciò, l’essere qui in questo posto, è collegato al tipo di vita che vivo.

Ti volevo anche chiedere qualcosa rispetto al mito. La tua opera è ricca di riferimenti mitologici, religiosi e culturali pre-colombiani, ma anche cristiani. Ritieni che sia facile per i lettori in genere, ma anche per lettori chicanos e chicanas riconoscere i miti e cogliere le implicazioni delle tue elaborazioni del mito. Voglio dire, che cosa sanno oggi, i lettori e le lettrici di quelle leggende, di quei miti?

G.A.: Penso che sia difficile per la gente della mia cultura o di qualsiasi altra cultura, perché la società moderna si è completamente tagliata fuori dal passato – non soli i chicanos, ma ovunque. Penso però che ci sono delle immagini e dei simboli e delle figure culturali, delle mitologie, che io posso articolare in modo che bypassino la mente consapevole e vadano in quell’altra parte del cervello, dove le idee non sono articolate, ma semplicemente noi vi reagiamo. Così, quando parlo di Coatlicue, in qualche modo essi sanno di cosa sto parlando, ma una volta che inizio a lavorare con simboli e temi che hanno a che fare con questa figura, in qualche modo qualcosa dentro di loro risuona, tanto che alcuni iniziano a fare ricerche. Per esempio, quando per la prima volta mi sono imbattuta in Rosario Castellanos, incontrai la parola "Nepantla", e cominciai a rifletterci su. Originariamente, Castellanos per Nepantla intendeva lo spazio fra i vivi e i morti. Quando io ho cominciato ad usare questo termine, l’ho inteso come lo spazio del "tra", lo spazio "fra le spaccature" di cui ti parlavo prima. Nello stesso modo, la gente che legge la mia opera e legge di Coatlicue, fa delle ricerche e poi utilizza quel mito in modo nuovo. Ho sentito gente che diceva: questo è stato ispirato da quella tua particolare idea… In un certo modo noi c’impolliniamo l’un l’altra, si ispiriamo vicendevolmente.
Così, cominciamo col dire che i miti e le mitologie che io presento nei miei libri sono quelli costruiti dalla gente per interpretare la realtà e descrivere il loro mondo. In questo senso, non sono veri, e tuttavia sono veri in senso psichico. Perciò, quando ricostruisco una mitologia, non descrivo una mitologia del passato, ma è qualcosa di nuovo che creo, vi ci porto dentro le esperienze di una chicana che costantemente attraversa mondi diversi, le esperienze comuni a tutti. Cerco di usare le vecchie figure culturali in maniera differente, e le rinomino. Ti ho parlato del mio modo particolare di procedere nella scrittura, il processo di mettere insieme un saggio e mettere insieme una fiction: chiamo quel processo "mettere insieme Coyolxauqui". Mi riferisco al mito azteco di Coyolxauqui, figlia di Coatlicue. Coatlicue aveva già 400 figli e una figlia, quando un giorno una penna cadde dal cielo, penetrò nel suo grembo, e lei rimase incinta. La figlia Coyolxauqui scoprì che sua madre era incinta, sebbene non ci fosse un padre, e ne fu molto turbata, e ne parlò ai fratelli, li organizzò e decisero di attaccare Coatlicue. Ma uno dei fratelli la tradì e andò dalla madre e le disse del complotto, e fu udito dal feto, Huitzilopochtli, il dio della guerra, il dio protettore degli Aztechi. Al momento dell’attacco, Huitzilopochtli fuoriuscì dal ventre della madre completamente armato, con uniforme da guerriero, e decapitò la sorella e la smembrò e ne disperse le membra. Coyolxauqui, che in seguito divenne una delle dee-luna, fu il primo sacrificio umano.
Questo mito è sullo smembramento, inscena quel che accade alla tua mente quando sperimenti un trauma: quando attraversi un trauma sei dissociata e cerchi di sopravvivere al cambiamento causato dal trauma. Se stai lavorando ad un testo, come quello su cui tu stai lavorando, come s’intitola? (Io: Cartografie letterarie), quando lo stai mettendo insieme e senti come se un capitolo non è ben collegato agli altri, devi far di tutto per mettere insieme il corpo del testo. Così, Coyolxauqui è diventata una mitologia con cui mi piace lavorare, il modello intorno a cui cerco di articolare il processo del mettere insieme un libro, un saggio, una storia, persino il processo del creare, facendo rientrare nella creazione il tuo mondo sociale, mettendo quel pezzo qui e quell’altro là, provando e riprovando finché il corpo testuale non "si fa" intorno a una certa realtà. È quello che faccio con queste figure mitologiche. Le ri-faccio in senso moderno, intorno alle lotte cui oggi è sottoposta la gente. Perciò, i lettori possono non conoscere la storia finché non gliela racconto, o finché non l’apprendono in altri modi. Ma poiché non parlo dei tempi pre-colombiani e di idee religiose, ma cerco soltanto di descrivere il mondo che essi abitano, i lettori colgono cosa significa. Poi qualcuno prende l’idea di Nepantla, per esempio, e crea qualcosa come MACLA (Mexican American Center of Latin Arts) che è un centro d’arte latina a San José. Quel qualcuno legge un saggio che io ho scritto tempo fa, intitolato Border Arte: Nepantla and the world of la frontera, che era sull’arte chicana, sull’arte latina, e decide di fondare un movimento artistico transculturale, in cui collaborano messicani da entrambi i lati della frontiera – Messico e Stati Uniti. Mi chiedono di scrivere la proposta: volevamo due messicani, due chicani, fra cui io stessa, e così creammo questo laboratorio dove discutevamo di attraversamento di frontiere e mestizaje, e di Nepantla, e di creatività e di Coyolxauqui el cenote, il mio simbolo per dire dell’inconscio creativo da cui la gente prende idee, memorie, immagini. Lavorammo per cinque settimane, poi facemmo dei laboratori con la gente della comunità, altri venivano a seguire dei seminari aperti, e poi ci fu la mostra che durò tre mesi, dove ognuno espose il proprio lavoro, anch’io esposi i miei disegni con i testi.
La gente della comunità veniva e osservava la nostra arte ed avevamo domande e risposte. È così che un’idea d’improvviso riceve delle risposte a partire da un input. La gente che veniva da Son José era gente normale, messicani americani o latini. Non sapevano chi era Coyolxauqui o Nepantla. Guardavano i testi, guardavano i dipinti e parlavano con noi e di colpo si ritrovavano con questo diverso vocabolario e con questa diversa considerazione delle loro vite, che risultavano in qualche modo come illuminate perché pensavano che qualcosa nell’arte parlava delle loro vite. E io allora ricevetti questa sensazione che non è l’arte che imita la vita, ma la vita che imita l’arte. Ti sembra che ciò abbia senso?

È molto interessante. Non è soltanto lo scrittore che viene modificato dalla propria scrittura, ma la gente, i lettori sentono che possono "essere scritti" attraverso un altro. Tu hai dato loro parola, hai costruito un mondo per loro, ma loro l’hanno riconosciuto come parte di se stessi. Probabilmente è questa la funzione dell’arte.

G.A.: Sì, l’arte ritorna alla comunità. E forse chi legge quell’opera, scriverà di questo. Sto cercando di comunicare questo ai bambini: ho scritto questo libro intitolato Prietita and the Ghost Woman, cioè Prietita e la Llorona. Nella cultura messicana si cresce con queste storie della donna piangente. I latini hanno la loro donna in lacrime; in Cile viene chiamata in modo diverso; c’è anche in Nigeria e in Sud Africa; in Irlanda è la Banshee. I ragazzini crescono con queste storie, ma negli Stati Uniti viene loro detto che è tutta supertizione – ogni cosa a scuola riguarda la cultura bianca. E ad un tratto la vedono come la Prietita, che è un nome con cui i ragazzini messicani, i ragazzini con la pelle scura vengono chiamati: Prieto/Prieta. E poi vedono la Llorona. E poi vedono se stessi in questo libro. È un’incredibile spinta verso l’alto in questo paese, dove ogni cosa su di noi, lo sai, è sempre stato inferiore. E dove cresci pensando in quel modo. Se sei un messicano di frontiera, nato a quella cultura, sei abituato; ma se sei dell’Ecuador, non pensi a te stesso come ad uno di colore finché non arrivi negli Stati Uniti. Solo allora realizzi che ci sono gerarchie che stabiliscono quali classi di persone sono valutate e quali no. I ragazzini chicani assimilano l’idea che essi sono inferiori – che la loro lingua è inferiore, ed il loro cibo è inferiore, e il loro aspetto è inferiore. La cosa è ancora più dura per le ragazzine: non solo si sentono inferiori per cultura e lingua, ma sono inferiori in quanto donne. Così, quando hai qualcosa di te che è affermata, che viene presentata…

Sì,i segni aiutano a riconoscersi, a rappresentarsi:avere accesso al simbolico è, in un certo modo, esistere.

G.A.: Sì, proprio così. Tutt’ad un tratto c’è un qualcosa di piccolo ma positivo che tu afferri, che ti fa pienamente umana, o meglio, che ti fa pensare che hai una possibilità di essere umana, proprio come qualsiasi altro. Sì: dici bene, i segni portano all’esistenza.

E ora una domanda sul linguaggio da te usato in Borderlands: gran parte del fascino della tua scrittura ha a che fare con l’intreccio linguistico di spagnolo e inglese. Premesso che fra l’italiano e lo spagnolo non c’è la stessa cesura che fra inglese e spagnolo, suggeriresti, per una traduzione italiana del testo, di lasciare le frasi o parole in spagnolo non tradotto, e di tradurre in italiano solo l’inglese? É mia impressione che quel che ti spinge a scrivere anche in spagnolo sia il pensiero di usare la lingua come "azione": nel mettere i parlanti inglesi di fronte al sentimento di estraneamento e dislocamento originati da una lingua straniera, li stai costringendo a sperimentare quel che normalmente i parlanti spagnoli provano in una cultura che ancora gioca a pensarsi essenzialmente inglese.
Volendo fortemente una traduzione italiana del tuo libro, mi sono detta che voglio che anche ai lettori italiani passi l’idea, e se traduciamo anche i brani in spagnolo, non coglieranno questo sentire-messaggio. Qual è il tuo suggerimento?


G.A.: Mi affido a quel che tu preferisci. Anch’io lascerei lo spagnolo così com’è, e poi magari lo tradurrei nei margini, o… penso che mi affiderò a quel che tu pensi sia il modo migliore per presentare lo stile di cui io faccio uso.

E anche rispetto ai miti: potremmo usare note, mi sono detta all’inizio, ma nel ri-leggere il testo, ho visto che non importa sapere la storia del mito originario, perché tu spieghi cosa intendi significare con quel mito. Ti si segue facilmente. Ma per la lingua, per la lingua potrebbe essere necessario avere note o una specie di glossario alla fine del libro. Ci sto ancora pensando, perché è importante lasciare lo spagnolo, perché si tratta di linguaggio-azione: dovete provare quel che noi proviamo, tu dici lì. E poi ci sono ragioni stilistiche: la tua lingua diventa emozionante, in spagnolo, sebbene non tutti i lettori italiani potranno seguirlo. Ma se traduciamo entrambe le lingue, allora qualcosa andrebbe sicuramente perso.

E poi sto elaborando, anche a proposito di altre scritture, delle idee sul mito. A volte penso che tutta questa insistenza della scrittura femminile sul mito vada ripensata. In fondo, i miti, così come ce li hanno consegnati, sono in ogni caso una costruzione patriarcale. Ma mi rendo conto che tu usi il mito differentemente, lo pieghi ai tuoi bisogni, lo ricrei.

G.A.: Non cerco solo di reinterpretare il mito. Tento di creare nuovi miti usando come prototipi i vecchi miti. Voglio dire che puoi prendere gli antichi miti per descriverli. O puoi interpretarli da una prospettiva femminista, di genere, o psicoanalitica o con l’ausilio di altre discipline. Oppure puoi creare miti usando alcune idee, alcuni concetti presenti nel vecchio mito, ma rifacendo il mito in modo nuovo, in realtà ricrei un nuovo mito. É come prendere i vestiti del vecchio mito e farli a pezzi, e sostituire quei vestiti con materiali differenti, cuciti insieme e messi su questo corpo che tu in qualche modo hai decostruito, smembrato, e poi rimesso insieme secondo un nuovo modello, così che non ci sia solo il corpo ricostruito da nuovo, ma anche il rivestimento: come funzionano le parole, il vocabolario – quello è il vestito; creare una nuova narrativa che è un nuovo mito. Un mito altro non è se non narrativa, racconto – può trattarsi di mito personale che la gente narra per spiegare il sistema di credenze nella propria cultura; o può trattarsi di un mito culturale attraverso cui le comunità dicono: la realtà è così. E sia i miti personali che i miti culturali sono diversi da quel che erano cinquecento anni fa perché li hai ricreati da capo.
Torno a dire: c’è differenza fra descrivere il mito, interpretarlo e crearne uno nuovo. E nel creare un nuovo mito ti allontani sempre più dal mito originario o dalla semplice descrizione del mito o dall’interpretazione. Mi accade così talvolta di pensare che sto interpretando il mito della Llorona da una prospettiva femminista, lesbica, letteraria, artistica; altre volte penso che sto creando la Llorona che non c’è mai stata prima – dipende dal progetto sul quale sto lavorando. Con Prietita and la Llorona quel che faccio è, prendere la vecchia Llorona e osservarla con occhi nuovi, reinterpretarla. Per quanto riguarda la Llorona che uso per teorizzare sulla creazione artistica, invece, penso che sto creando una nuova Llorona, un nuovo mito. Dipende da quanto significato creo – vale a dire dipende da se sto semplicemente descrivendo qualcosa, se non sto semplicemente riciclando un vecchio significato. Se invece stai reinterpretando qualcosa, prendi il vecchio significato e lo giri e rigiri, cambiandone la disposizione, guardandolo da altre prospettive. E se crei un nuovo significato c’è un elemento assolutamente nuovo che non era lì prima, che tu stai introducendo…A volte descrivo soltanto, a volte interpreto, altre volte creo. Richiede moltissima riflessione.

Ci sono dunque molti livelli. É un lavoro duro.

G.A.: Sì, molti livelli. Sono un po’ ossessionata, presa dal lavoro. Sono una scrittrice che lavora fino a ventiquattro ore al giorno. Il mio ciclo del sonno è diverso da quello normale. Io resto sveglia sei, sette, a volte 24 ore dopo che la gente va a dormire. Così vado a letto che è già il giorno successivo. Ma mi fa male agli occhi perché ho una retinopatia, conseguenza del diabete. Da quando mi sono sottoposta alla chirurgia lazer, a volte vedo doppio o vedo sfuocato. Quel che ora faccio è stampare quel che scrivo e fare le correzioni sul foglio, che poi vengono riportate al computer possibilmente da qualcun altro, per poter far riposare un po’ gli occhi. Ma ha i suoi vantaggi: in questo modo ho un’idea della disposizione spaziale della scrittura sulla pagina, come fosse già libro. E poi il processo di revisione viene un po’ rallentato, e questo aiuta a ripensare i simboli, i personaggi, le metafore, ecc. Questo metodo rallenta il lavoro, ma aiuta ad approfondirlo.

Passiamo quindi a guardare le opere sue più recenti, mi mostra anche degli studi su di lei, ma mi dice di non avere tutto quello che è stato scritto sul suo lavoro. Mi fornisce i dati della bibliotecaria di Santa Cruz che cura il suo file. M’invita a ritornarte per ri-incontrarci noi due, ma, mi dice, la prossima volta devi incontrare anche le altre scrittrici e studiose di Santa Cruz. Poi mi chiede se ho voglia d’accompagnarla nella passeggiata lungo il mare – deve camminare molto per contrastare gli effetti collaterali di un forte diabete: è un invito che protrae di altre due ore il nostro incontro. Preziose due ore. Preziose per l’incanto dell’oceano ricco di volatili e fauna marina. Preziose per le sue parole leggere e profonde sull’essere malata ed essere scrittrice – cosa la malattia porta o toglie alla scrittura. Ma, dice, se non fosse per la malattia, forse non mi godrei due volte al giorno questa visione e questo odore dell’Oceano in tutte le stagioni.




Pillola del giorno dopo..un miraggio!

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Il miraggio pillola del giorno dopo tra obiettori e consultori chiusi
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Quando è un'impresa ottenere la ricetta tra consultori chiusi, medici obiettori ed ospedali gestiti da religiosi come il Galliera di Genova dove il no è la regola. Perché non solo a Pisa il diritto alla pillola, stabilito per legge, viene negato. E comunque se e quando ti fanno finalmente la prescrizione, è una conquista sudata spesso con ore di attesa e umiliazioni. Segnata da giri da un capo all'altro della città chinando il capo davanti a medici obiettori, a gente "che ti guarda e ti fa sentire la persona peggiore della terra. Che ti dice che il bambino potrebbe comunque nascere deforme e con problemi mentali". Ore a insistere con "la paura di essere incinta e l'incubo altrimenti di dover affrontare un aborto", passando per cinque tra ospedali, consultori chiusi, telefonate alla guardia medica. Così racconta Marianna, signora romana che dopo un rapporto non protetto col marito ha attraversato la capitale ricevendo dinieghi a ripetizione. Bussando al Sant'Eugenio e Forlanini prima di avere finalmente la ricetta al Cto Garbatella. E la sua non è un'eccezione.
Lo conferma il viaggio delle croniste di Repubblica nelle maggiori città italiane che hanno avuto attese e risposte diverse nel weekend, quando molti consultori sono chiusi e i medici di conoscenza - tutti possono fare la ricetta senza obbligo di esami o visite - è in vacanza e non si sa a chi rivolgersi. Così c'è chi al Galliera di Genova ha ricevuto un no secco, chi a Palermo è stata mandata in reparto in attesa del ginecologo per la visita, mentre un'altra ragazza a Napoli dopo essersi vista negare da una dottoressa la pillola perché "è un farmaco mortale e io sono contraria anche agli anticoncezionali", ha avuto la prescrizione dopo essere stata informata sui rischi e aver firmato che era la prima volta.
E se a Bologna le guardie mediche sono disponibili 24 ore su 24, e a Bari le croniste hanno ottenuto tre prescrizioni su tre ospedali visitati, a Milano, nonostante la maggioranza di medici obiettori, assicurano di garantire il servizio. Come all'ospedale Sant'Anna di Torino dove si può avere la pillola del giorno dopo in qualsiasi momento, dice il medico Guido Viale. Ed è lì che si rivolgono le donne dopo aver ricevuto rifiuti motivati dall'assenza del ginecologo all'obiezione in altri ospedali cittadini. Di sabato anche a Firenze è faticoso avere la ricetta: solo un consultorio su otto risponde e comunque non c'è il ginecologo. Ospedali e guardie però funzionano: due ore di attesa al Torre Galli, 25 euro di ticket per la ricetta con tanto di farmaco antivomito. Tempi ridotti e prescrizione gratis invece alla guardia medica. Unica spesa gli 11 euro e 20 in farmacia per la pillola.
(6 aprile 2008) da repubblica.it

Benazir di Giulia e Marci

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BENAZIR

Benazir di un sol colore
Giallo, verde, rosso amore
Un per un li sa unire
A riunione in quel cortile
Dove tu ci fai scoprire
Nuove cose, a nostro dire.
Che cos’è Benazir ci siam chieste
Di sicuro non son ceste
Non son scarpe, non son fiori
Ma son donne che senton nuovi odori.
E’ un gruppo strano assai
Non lo potreste capir mai
Cosa nella testa, nel corpo, nell’anima giace
Far pensieri seri a lei piace.
Ci son more, rosse, bionde
Seguon sempre nuove onde
Che fatica per far politica
Ma è ciò che rende la vita mitica,
non siam Dante, Tacito o Svevo
ma Benazir nel nuovo medioevo.
Una rivoluzione cerchiam di fare
Perché per noi questo vale.
Adesso noi vi salutiamo
Una goccia di luce vi lasciamo.
Per concludere questo detto
Diciam che il reggiseno a noi è stretto
E sia nel male che nel bene
Vi confessiamo il nostro amore per il pene.

5 minuti al riparo dalla frenesia...

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Nella categoria "libri_buone pagine" due nuove letture tratte da Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi e Quel che c'è nel mio cuore di Marcela Serrano. Dedicatevi 5 minuti al riparo dalla frenesia della giornata e inoltratevi nei racconti di queste donne... Buon viaggio!

A Bologna libertà violata ma non dalla frittata anti-Ferrara

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Da Liberazione

di Gaia Maqui Giuliani

Violenza simbolica vs. violenza fisica. La violenza simbolica è quella di frasi dette, nelle trasmissioni, nei talk show, sulle pagine de Il Foglio , ripetute, ostentate e poi urlate durante il comizio di ieri a Bologna. Frasi che suonano come “vi piacciono un miliardo di aborti?”, “noi siamo per una cultura della vita e non della morte”. Frasi che scatenano la rabbia e lo sgomento nelle persone che hanno vissuto l'esperienza dell'aborto, o l'hanno vissuta in seconda persona come madri, amiche, sorelle, figlie. Come compagni, fratelli, padri, amici. Una violenza simbolica che appare insopportabile, perché continuamente amplificata da una serie di attori sociali che non si limitano al duetto Giuliano Ferrara e Giovanni Salizzoni (capolista emiliano di "Aborto? No, grazie"), ma che vanno dal pontefice al prete nella parrocchia locale, dall'operatore del Movimento per la vita nel consultorio, al personale scolastico, convinto che l'educazione sessuale e l'informazione sui contraccettivi siano un "tabù" e che la scuola non sia il luogo adatto per un discorso serio sulla prevenzione.
Una violenza simbolica e discorsiva che poi diviene violenza reale, con conseguenze pesanti sulla vita delle persone, quando, all'occasione, l'obiettore di coscienza rende impossibile il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza o l'assunzione dell'RU486, o quando l'amministrazione locale non apre o dismette i consultori territoriali, lasciando le donne da sole.
Violenza intesa come impossibilità a scegliere, come negazione dell'ultima scialuppa di salvataggio a chi, malcapitata, non ha potuto o non è riuscita a tutelarsi da una gravidanza indesiderata o capisce di non essere abbastanza forte da mettere al mondo una creatura con problemi fisici e mentali.
Questa violenza, che disciplina corpi e pensieri, che mortifica e colpevolizza chi sceglie di non diventare madre buttandole addosso l'accusa di "omicidio" e paragonando la sua azione alla pena di morte è stata accolta, ieri in Piazza Maggiore a Bologna, da una "violenza" caotica ma compatta, fatta di urla, mani alzate con indici e pollici a forma di vagina, e lancio di pomodori e uova. Una "violenza" tumultuosa, sgangherata talvolta, fatta di disorganizzazione e spontaneità. E, se anche c'era stato un progetto di contestazione, rimbalzato nelle liste on-line e in un'assemblea che aveva chiamato a raccolta spazi sociali autogestiti e alcuni gruppi di donne, le transenne che circondavano la piazza - innalzate come se si trattasse di bloccare l'assalto dei lebbrosi al palazzo di cristallo - rendevano quello stesso progetto tutt'altro che ben organizzato.
La Rete delle donne di Bologna, e tutti i collettivi e le realtà femministe e lesbiche che ad essa fanno riferimento, non aveva ritenuto giusto dare al duetto antiabortista alcuna possibilità di accrescere, mediante la contestazione, una visibilità che altrimenti si sarebbe concretizzata in quattro anziani, i classici quattro astanti che chiacchierano di politica di fronte alla basilica di San Petronio. E avevano visto giusto: lasciar rimbombare nel vuoto di una piazza deserta quelle frasi intimidatorie rivestite da retorica salva-vita sarebbe stato forse lo smacco più grande. Piuttosto, la Rete, che lo scorso 8 marzo aveva portato in piazza quattromila persone, avrebbe desiderato costruire, con alcuni dei soggetti presenti alla contestazione, un percorso di lotta duraturo e condiviso e non un'azione schiacciata sull'evento della presenza del duetto a Bologna. Ma molti non hanno resistito e sono andati comunque a contestare o solo a dare un'occhiata. Erano soprattutto uomini, e uomini eterosessuali, e tra le donne, la maggior parte erano ragazze molto giovani. A quella "violenza" caotica ha risposto una violenza che faceva e fa il paio, perfettamente, con la violenza epistemica del discorso antiabortista: quella dei poliziotti sotto il palco e dei carabinieri nella adiacente Piazza del Nettuno. I primi, così come i secondi, hanno caricato a freddo, una, due, tre volte, colpendo chi, armato di pomodori e bottigliette d'acqua, come le ragazze-mignon in prima fila sotto al palco, si è accasciato sotto i colpi dei manganelli dei poliziotti-armadio.
In tal senso la libertà di espressione non è stata violata nel senso descritto da Miriam Mafai sulle colonne del quotidiano La Repubblica : alla presenza del duetto antiabortista, è corrisposta infatti una contestazione non solo prevista, ma voluta dagli stessi organizzatori del comizio. Basti dire che l'ufficio stampa di "Aborto? No, grazie" aveva mandato una email nella lista della Rete delle donne di Bologna, perché voleva, pretendeva, che vi fosse contestazione. Per questo alcuni gruppi femministi avevano deciso di fare altro, come ripetere l'azione "Adotta un consultorio" e affiggere, la notte prima, sui muri della città delle vignette con "pensierini" in difesa dell'autodeterminazione delle donne. Piuttosto quella stessa libertà è stata "ripartita in modo diseguale": picchiare persone con il manganello rovesciato in risposta ad una frittata fatta di urla, uova e pomodori dovrebbe far riflettere sulle modalità d'accesso (differenziato) alla libera espressione e sul livello di esasperazione che aleggia nel Belpaese e che è diretta conseguenza della (considerata lecita) violenza simbolica del continuo attacco alle conquiste delle donne.
4/04/2008

Giuliano Ferrara?NO GRAZIE!

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Ferrara non ci passi!

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Pomeriggio di tensione in piazza Maggiore durante un comizio del giornalista

Alle prime parole contro l'aborto sono partiti i fischi e i lanci di oggetti e ortaggi

Cofferati: "Inaccettabile, tutti devono poter sostenere le proprie opinioni"Il direttore del "Foglio" costretto a lasciare il palco scortato dalle forze dell'ordine
Ferrara contestato a Bologna la polizia carica, 15 contusi

BOLOGNA - Si è trasformato in un pomeriggio di guerriglia urbana, a Bologna, il comizio organizzato da Giuliano Ferrara e dalla sua lista "Aborto? No grazie" in piazza Maggiore. Circa duemila persone hanno contestato il direttore del Foglio, e quando ha preso la parola ci sono stati scontri fra la polizia e i manifestanti, soprattutto ragazze. Attimi di tensione anche quando Ferrara ha lasciato la piazza. Alla fine sono stati una quindicina i contusi, tutti lievi. Indignato il commento di Sergio Cofferati: "E' inaccettabile - ha detto il sindaco delal città - che una piazza venga trasformata nel luogo dell'intolleranza. Tutti devono essere in condizione di poter sostenere pubblicamente le proprie tesi e le proprie opinioni e a nessuno deve essere impedito di parlare". Ferrara è stato accolto in piazza Maggiore da una manifestazione comunque preannunciata alle forze dell'ordine, ma ben più ampia di quanto previsto. Alcuni gruppi femministi e dei centri sociali avevano chiamato a raccolta persone in difesa della legge 194, ma senza aspettarsi che all'appello rispondessero in così tanti: giovani, adulti, donne che hanno coperto di fischi e insulti Giovanni Salizzoni e Matilde Leonardi, candidati alla Camera in Emilia Romagna, che hanno aperto la manifestazione elettorale. Ma è stato quando Giuliano Ferrara ha preso la parola che la situazione è precipitata. Prima, alcuni manifestanti hanno dribblato il cordone di polizia, hanno tentato di salire sul palco e strappato i manifesti che c'erano attaccati. E mentre Ferrara lanciava le sue parole d'ordine ("L'aborto è una cosa arcaica, squallida, miserabile, ancestrale") dalla piazza sono volati uova, pomodori, monete, bottiglie d'acqua, qualche sasso. Ferrara si è preso un uovo ("Lo prendo come una medaglia" ha gridato), poi ha raccolto dei pomodori e li ha rilanciati in piazza. A quel punto, alla crescente pressione dei manifestanti, il cordone di polizia ha risposto con una carica.
In prima fila c'erano soprattutto ragazze di vent'anni. E a loro sono andate le manganellate. Che qualche poliziotto si sia lasciato andare se ne sono accorti anche i funzionari della Digos, e uno di loro ha fermato con uno schiaffo un agente che se la stava prendendo con troppa violenza con una ragazzina. Tensione anche quando Ferrara ha lasciato la piazza, sempre scortato dalle forze dell'ordine. I manifestanti gli sono andati addosso e ci sono state altre manganellate: sono volate bottiglie e le sedie di un bar della piazza. Quindi, il giornalista è stato caricato in macchina. L'auto della polizia si è trovata accerchiata dai manifestanti ed è uscita dalla piazza sgommando a forte velocità. La manovra ha ulteriormente esacerbato gli animi: i manifestanti sono saliti sul palco e alcune ragazze hanno improvvisato un comizio in favore della legge 194. La tensione si è a poco a poco allentata solamente quando Ferrara ha definitivamente lasciato Piazza Maggiore.
(2 aprile 2008) da http://www.repubblica.it/