Ci amiamo in un istante.Le tue parole ti danno forma,ci danno forma.Ma è così difficile amarci, immagino il tuo sentire ascoltando il tuo racconto.E sei bella come sempre.
Ci amiamo in un istante ritagliato alla perfezione da questo tempo del progresso.Ma è così difficile amarci.Ci baciamo in silenzio,le parole non bastano.Trovo nei tuoi occhi l’imbarazzo di ieri e la consapevolezza di oggi.Accarezziamoci senza la paura del domani,senza l’ansia del doversi dire.Baciamoci con mordidezza così da rende il nostro incontro eterno.Abbracciamoci forte così da sentirci di nuovo insieme donne.
Ludmila
sabato 26 gennaio 2008
Pelle
Non sto più nella pelle
Non trovate che l’apparenza e l’immagine stiano toccando livelli inaccettabili?
Non trovate che faccia venire la pelle d’oca il costante pensare all’involucro più che alla sostanza?
Non trovate che l’agonismo e la competitività ormai stiano esagerando e che contribuiscano a peggiorare la nostra qualità di vita?
Complice la tv,
complici i giornali,
complice la politica,
complice la madre chiesa con tutte le sante prediche sul peccato e sul sacrificio di sé,
complici le guerre che ormai sappiamo non essere portate avanti per chissà quali motivi umanitari, ma per semplici, vili, carnali questioni di denaro, di petrolio e di potere,
complice la violenza che imperversa nelle nostre famiglie e nelle nostre strade,
complice l’ipocrita quotidiano sfruttamento della nostra madre terra – quando invece lei vende cara la sua pelle: e non manca molto alla resa dei conti… -
complice la nostra simpatia per il più.
Piùpiùpiùpiùpiùpiùpiùpiùpiùpiùipipùipipùiùpiùpiùipiù…
Sono il Più forte
Sono il Più bravo
Sono il Più intelligente
Ho Più soldi
Sono Più veloce – ovvero, a conti fatti, arrivo prima –
Ho una macchina più grossa
Il mio pene è più lungo del tuo
Riesco ad avere 5 orgasmi nello stesso rapporto sessuale
Non voglio essere pessimista: tutto questo ci porterà all’autodistruzione.
ORA BASTA.
La lotta quotidiana che siamo costrett* ad affrontare per portare a casa la pelle non mi va più giù.
Voglio che la nostra società cambi pelle.
Ho bisogno di poter esternare i miei sentimenti, non perché sono debole o fragile – c’ho la pelle dura!-, né perché ho i nervi a fior di pelle: non sono né isterica né depressa.
Voglio poter rivelarmi in difficoltà,
voglio sentirmi fiera di appartenere ad una minoranza,
voglio che la forza e la potenza non siano il metro di misura secondo cui giudicare un rapporto,
voglio rifiutarmi di piangere di nascosto e parlare sottovoce,
voglio ridurre al minimo il segno del mio passaggio su questa terra, cosciente del fatto che sono un’ospite, non il centro del creato.
Forse è l’unica strada.
Forse è l’unica strada per permetterci
di essere amici per la pelle senza gareggiare,
di innamorarci di più e incazzarci di meno,
di non vergognarsi di fronte a un’eiaculazione precoce o una mancata erezione,
di non lanciarsi dalla finestra per un brutto voto sulla pagella,
di accorgerci ed accettare che non siamo e non saremo mai perfett*,
di lottare per ciò di cui vale veramente la pena,
di chiedere scusa al nostro pianeta che abbiamo ridotto ad uno straccio,
di valorizzare le diversità,
di non ritenere nessun essere più prezioso di un altro,
di ritrovare il senso del vivere comune
o, semplicemente, di sopravvivere.
Non trovate che l’apparenza e l’immagine stiano toccando livelli inaccettabili?
Non trovate che faccia venire la pelle d’oca il costante pensare all’involucro più che alla sostanza?
Non trovate che l’agonismo e la competitività ormai stiano esagerando e che contribuiscano a peggiorare la nostra qualità di vita?
Complice la tv,
complici i giornali,
complice la politica,
complice la madre chiesa con tutte le sante prediche sul peccato e sul sacrificio di sé,
complici le guerre che ormai sappiamo non essere portate avanti per chissà quali motivi umanitari, ma per semplici, vili, carnali questioni di denaro, di petrolio e di potere,
complice la violenza che imperversa nelle nostre famiglie e nelle nostre strade,
complice l’ipocrita quotidiano sfruttamento della nostra madre terra – quando invece lei vende cara la sua pelle: e non manca molto alla resa dei conti… -
complice la nostra simpatia per il più.
Piùpiùpiùpiùpiùpiùpiùpiùpiùpiùipipùipipùiùpiùpiùipiù…
Sono il Più forte
Sono il Più bravo
Sono il Più intelligente
Ho Più soldi
Sono Più veloce – ovvero, a conti fatti, arrivo prima –
Ho una macchina più grossa
Il mio pene è più lungo del tuo
Riesco ad avere 5 orgasmi nello stesso rapporto sessuale
Non voglio essere pessimista: tutto questo ci porterà all’autodistruzione.
ORA BASTA.
La lotta quotidiana che siamo costrett* ad affrontare per portare a casa la pelle non mi va più giù.
Voglio che la nostra società cambi pelle.
Ho bisogno di poter esternare i miei sentimenti, non perché sono debole o fragile – c’ho la pelle dura!-, né perché ho i nervi a fior di pelle: non sono né isterica né depressa.
Voglio poter rivelarmi in difficoltà,
voglio sentirmi fiera di appartenere ad una minoranza,
voglio che la forza e la potenza non siano il metro di misura secondo cui giudicare un rapporto,
voglio rifiutarmi di piangere di nascosto e parlare sottovoce,
voglio ridurre al minimo il segno del mio passaggio su questa terra, cosciente del fatto che sono un’ospite, non il centro del creato.
Forse è l’unica strada.
Forse è l’unica strada per permetterci
di essere amici per la pelle senza gareggiare,
di innamorarci di più e incazzarci di meno,
di non vergognarsi di fronte a un’eiaculazione precoce o una mancata erezione,
di non lanciarsi dalla finestra per un brutto voto sulla pagella,
di accorgerci ed accettare che non siamo e non saremo mai perfett*,
di lottare per ciò di cui vale veramente la pena,
di chiedere scusa al nostro pianeta che abbiamo ridotto ad uno straccio,
di valorizzare le diversità,
di non ritenere nessun essere più prezioso di un altro,
di ritrovare il senso del vivere comune
o, semplicemente, di sopravvivere.
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riflessioni
Benazir di Silvia
Benazir: colei che non è mai stata vista così
La vecchia si sedette sul tappeto, incrociò le gambe, chiuse gli occhi e disse:
“Ricordo bene la prima volta che vidi il mare. Ero con mia madre, lei mi teneva la mano ed io guardavo sbalordita quell’immensità immobile che andava e veniva sotto i miei piccoli piedi.
Nel silenzio che ci circondava, mia madre chiese: ‘Sai da dove viene il mare?’ Io dissi: ‘Il mare c’è e basta, non viene’. ‘Sbagliato…il mare viene da qualcosa, e a quel qualcosa torna. È un passaggio, un arrivo e una partenza.’
Il vento soffiava leggero intorno a noi ed io sentivo quelle parole fluire nell’aria, infilarsi nella mia maglietta, sotto la mia gonna lunga, tra i miei capelli.
‘Quando il mare non esisteva, la piccola Benazir giocava spensierata con i raggi del sole, con i vortici del vento e, la notte, con il chiarore della luna, fino al giorno in cui l’Oracolo le predisse il suo destino. Le sue parole erano state: “Tu cambierai, e per farlo soffrirai. Ma il tuo dolore sarà fonte di vita”. Benazir sapeva bene cos’era il dolore: un giorno si era avvicinata troppo al sole e si era scottata. La piccola Benazir non voleva soffrire.
Pensò a lungo a una soluzione, e infine la trovò.
Attese la notte, e quando il buio le permise di scorgere le stelle, le prese una ad una e con quelle costruì un riparo. Pensò che se nessuno la poteva toccare nessuno la poteva nemmeno ferire. Mentre sedeva all’interno del suo fitto riparo stellato, pensò anche che la mattina successiva avrebbe chiesto aiuto al sole, che sapeva essere molto potente.
Dormì, si svegliò, dormì, si svegliò, dormì ancora, si svegliò ma il sole non si decideva ad arrivare. Si accorse allora di aver commesso un grosso errore: finché lei avesse tenute incatenate le stelle della notte, il giorno non sarebbe mai venuto.
Resasi conto del suo sbaglio, cominciò a piangere, pianse pianse pianse pianse così tanto e così a lungo che si sciolse e divenne lacrime.
Queste caddero sulla terra e divennero fiume.
Benazir scorreva veloce sul terreno, andava a riempire cavità e divenne mare.
Quando la piccola Benazir scomparve, le stelle si sparpagliarono in cielo e, una volta dileguatesi, rispuntò il sole. Il sole riconobbe Benazir nel mare, e la volle a sé, perché si era divertito molto scherzando con lei in passato.
Benazir, grazie al sole, raggiunse il cielo divenendo nuvole, che, nel giocare e scontrarsi tra loro, lasciavano cadere pioggia sulla terra.
Benazir ora viveva e cresceva nell’acqua e il suo dolore aveva dato la vita.
Benazir era come era mai stata vista.’
Guardai il mare, poi mia madre, e sospirai.
La vecchia aprì gli occhi, sorrise, si alzò e uscì dalla stanza richiudendo silenziosamente la porta dietro sé.
La vecchia si sedette sul tappeto, incrociò le gambe, chiuse gli occhi e disse:
“Ricordo bene la prima volta che vidi il mare. Ero con mia madre, lei mi teneva la mano ed io guardavo sbalordita quell’immensità immobile che andava e veniva sotto i miei piccoli piedi.
Nel silenzio che ci circondava, mia madre chiese: ‘Sai da dove viene il mare?’ Io dissi: ‘Il mare c’è e basta, non viene’. ‘Sbagliato…il mare viene da qualcosa, e a quel qualcosa torna. È un passaggio, un arrivo e una partenza.’
Il vento soffiava leggero intorno a noi ed io sentivo quelle parole fluire nell’aria, infilarsi nella mia maglietta, sotto la mia gonna lunga, tra i miei capelli.
‘Quando il mare non esisteva, la piccola Benazir giocava spensierata con i raggi del sole, con i vortici del vento e, la notte, con il chiarore della luna, fino al giorno in cui l’Oracolo le predisse il suo destino. Le sue parole erano state: “Tu cambierai, e per farlo soffrirai. Ma il tuo dolore sarà fonte di vita”. Benazir sapeva bene cos’era il dolore: un giorno si era avvicinata troppo al sole e si era scottata. La piccola Benazir non voleva soffrire.
Pensò a lungo a una soluzione, e infine la trovò.
Attese la notte, e quando il buio le permise di scorgere le stelle, le prese una ad una e con quelle costruì un riparo. Pensò che se nessuno la poteva toccare nessuno la poteva nemmeno ferire. Mentre sedeva all’interno del suo fitto riparo stellato, pensò anche che la mattina successiva avrebbe chiesto aiuto al sole, che sapeva essere molto potente.
Dormì, si svegliò, dormì, si svegliò, dormì ancora, si svegliò ma il sole non si decideva ad arrivare. Si accorse allora di aver commesso un grosso errore: finché lei avesse tenute incatenate le stelle della notte, il giorno non sarebbe mai venuto.
Resasi conto del suo sbaglio, cominciò a piangere, pianse pianse pianse pianse così tanto e così a lungo che si sciolse e divenne lacrime.
Queste caddero sulla terra e divennero fiume.
Benazir scorreva veloce sul terreno, andava a riempire cavità e divenne mare.
Quando la piccola Benazir scomparve, le stelle si sparpagliarono in cielo e, una volta dileguatesi, rispuntò il sole. Il sole riconobbe Benazir nel mare, e la volle a sé, perché si era divertito molto scherzando con lei in passato.
Benazir, grazie al sole, raggiunse il cielo divenendo nuvole, che, nel giocare e scontrarsi tra loro, lasciavano cadere pioggia sulla terra.
Benazir ora viveva e cresceva nell’acqua e il suo dolore aveva dato la vita.
Benazir era come era mai stata vista.’
Guardai il mare, poi mia madre, e sospirai.
La vecchia aprì gli occhi, sorrise, si alzò e uscì dalla stanza richiudendo silenziosamente la porta dietro sé.
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Storie Benazir
L'ho incontrata...
L'ho incontrata un giorno per caso. Vagavo da sola e l'ho vista, non so dire se mi sia avvicinata io a lei o sia stato il contrario. Ma ci siamo presentate con quelle tipiche frasi create apposta per ogni evenienza, con quella diffidenza iniziale di chi non confida nello straniero, ma anche con quella voglia di conoscere gente nuova che hai in quei giorni grigi d'inverno nei quali la tua vita è lì in vetrina sempre uguale e tu la guardi indifferente. Sì, era proprio uno di quei giorni freddi che abbiamo parlato per la prima volta ma da quelle prime timide parole non avevo capito quanto questo incontro mi avrebbe cambiato.
Da quando conosco Benazir ho molte più paure ma so che posso contare su di lei.
Faccio e mi faccio molte più domande ma trovo proprio in questo continuo domandare la mia nuova forza.
Benazir ogni giorno sottovoce e di nascosto mi ricorda che sono un corpo, che sono fragile, totalmente vulnerabile e finito. Mi ricorda anche che devo proteggerlo,conoscerlo,amarlo.
In ogni istante Benazir mi dice che devo lottare, che dobbiamo lottare per proteggere il nostro mondo, per farlo valere, per far sentire quello che siamo e che ci siamo. Mi sussurra che dobbiamo lottare per non essere più violentate,calpestate,stuprate,insultate,palpate,usate da chi si crede superiore,da chi non capisce,da chi ci tiene come oggetto.
Benazir mi dà ogni giorno nuove armi perchè mi fa sentire, mi fa toccare, mi fa osservare, mi fa comprendere.
Con Benazir mi sento più io,più donna,più forte.
Sento che lei saprà i tempi e che se sbaglieremo non sarò da sola.
Da quando conosco Benazir ho molte più paure ma so che posso contare su di lei.
Faccio e mi faccio molte più domande ma trovo proprio in questo continuo domandare la mia nuova forza.
Benazir ogni giorno sottovoce e di nascosto mi ricorda che sono un corpo, che sono fragile, totalmente vulnerabile e finito. Mi ricorda anche che devo proteggerlo,conoscerlo,amarlo.
In ogni istante Benazir mi dice che devo lottare, che dobbiamo lottare per proteggere il nostro mondo, per farlo valere, per far sentire quello che siamo e che ci siamo. Mi sussurra che dobbiamo lottare per non essere più violentate,calpestate,stuprate,insultate,palpate,usate da chi si crede superiore,da chi non capisce,da chi ci tiene come oggetto.
Benazir mi dà ogni giorno nuove armi perchè mi fa sentire, mi fa toccare, mi fa osservare, mi fa comprendere.
Con Benazir mi sento più io,più donna,più forte.
Sento che lei saprà i tempi e che se sbaglieremo non sarò da sola.
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riflessioni
Rivolta femmnile
- Luglio 1970 -
La donna non va definita in rapporto all'uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. L'uomo non è il modello a cui adeguare il processo di scoperta di sé da parte della donna. La donna è l'altro rispetto all'uomo. L'uomo è l'altro rispetto alla donna.
L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli. Identificare la donna all'uomo significa annullare l'ultima via di liberazione.
Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell'uomo perchè è invivibile, ma esprimere il suo senso dell'esistenza.
La donna come soggetto non rifiuta l'uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario.
Finora il mito della complementarietà è stato usato dall'uomo per giustificare il proprio potere.
Le donne son persuase fin dall'infanzia a non prendere decisioni e a dipendere da persona 'capace' e 'responsabile': il padre, il marito, il fratello...
L'immagine femminile con cui l'uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione.
Verginità, castità, fedeltà, non sono virtù; ma vincoli per costruire e mantenere la famiglia. L'onore ne è la conseguente codificazione repressiva.
Nel matrimonio la donna, privata dal suo nome, perde la sua identità significando il passaggio di proprietà che è avvenuto tra il padre di lei e il marito.
Chi genera non ha la facoltà di attribuire ai figli il proprio nome: il diritto della donna è stato ambito da altri di cui è diventato il privilegio.
Ci costringono a rivendicare l'evidenza di un fatto naturale.
Riconosciamo nel matrimonio l'istituzione che ha subordinato la donna al destino maschile. Siamo contro il matrimonio.
Il divorzio è un innesto di matrimoni da cui l'istituzione esce rafforzata.
La trasmissione della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica.
Il primo elemento di rancore della donna verso la società sta nell'essere costretta ad affrontare la maternità come un aut-aut.
Denunciamo lo snaturamento di una maternità pagata al prezzo dell'esclusione.
La negazione della libertà d'aborto rientra nel veto globale che viene fatto all'autonomia della donna.
Non vogliamo pensare alla maternità tutta la vita e continuare ad essere inconsci strumenti del potere patriarcale.
La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante. In una libertà che si sente di affrontare, la donna libera anche il figlio e il figlio è l'umanità.
In tutte le forme di convivenza, alimentare, pulire, accudire e ogni momento del vivere quotidiano devono essere gesti reciproci.
Per educazione e per mimesi l'uomo e la donna sono già nei ruoli della primissima infanzia.
Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie perchè attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico) hanno costretto l'umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente.
Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia dei sessi.
Non vogliamo d'ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo.
Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società.
Unifichiamo le situazioni e gli episodi dell'esperienza storica femminista: in essa la donna si è manifestata interrompendo per la prima volta il monologo della civiltà patriarcale.
Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere.
Permetteremo quello che di continuo si ripete al termine di ogni rivoluzione popolare quando la donna, che ha combattuto insieme con gli altri, si trova messa da parte con tutti i suoi problemi?
Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dalla egemonia dell'efficienza. Noi vogliamo mettere la nostra capacità lavorativa a disposizione dei una società che ne sia immunizzata.
La guerra è stata da sempre l'attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile.
La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un'altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico?
Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della sua laboriosità sussidiaria.
Dare alto valore ai momenti 'improduttivi' è un'estensione di vita proposta dalla donna.
Chi ha il potere afferma: 'Fa parte dell'erotismo amare un essere inferiore. Mantenere lo status quo è dunque un suo atto d'amore.
Accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme, perchè abbiamo smesso di considerare la frigidità un'alternativa onorevole.
Continuare a regolamentare la vita fra i sessi è una necessità del potere, l'unica scelta soddisfacente è un rapporto libero.
Sono un diritto dei bambini e degli adolescenti la curiosità e i giochi sessuali.
Abbiamo guardato per 4000 anni: adesso abbiamo visto!
Alle nostre spalle sta l'apoteosi della millenaria supremazia maschile. Le religioni istituzionalizzate ne sono state il più fermo piedistallo. E il concetto di 'genio' ne ha costituito l'irraggiungibile gradino.
La donna ha avuto l'esperienza di vedere ogni giorno distrutto quello che faceva.
Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili.
Nulla o male è stato tramandato dalla presenza della donna: sta a noi riscoprirla per sapere la verità.
La civiltà ci ha definite inferiori, la chiesa ci ha chiamate sesso, la psicanalisi ci ha tradite, il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica.
Chiediamo referenze di millenni di pensiero filosofico che ha teorizzato l'inferiorità della donna.
Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione dell'umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale; sfera privata e pietas. Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna.
Sputiamo su Hegel.
La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti tra collettivi di uomini: essa non prevede la liberazione della donna, il grande oppresso della civiltà patriarcale.
La lotta di classe, come teoria di classe sviluppata dalla dialettica servo-padrone, ugualmente esclude la donna. Noi rimettiamo in discussione il socialismo e la dittatura del proletariato.
Non riconoscendosi nella cultura maschile, la donna le toglie l'illusione dell'universalità.
L'uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione.
La forza dell'uomo è nel suo identificarsi con la cultura, la nostra nel rifiutarla.
Dopo questo atto di coscienza l'uomo sarà distinto dalla donna e dovrà ascoltare da lei tutto quello che la concerne.
Non salterà il mondo se l'uomo non avrà più l'equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione.
Nella cocente realtà di un universo che non ha mai svelato i suoi segreti, noi togliamo molto del credito dato agli accanimenti della cultura. Vogliamo essere all'altezza di un universo senza risposte.
Noi cerchiamo l'autenticità del gesto di rivolta e non la sacrificheremo né all'organizzazione né al proselitismo.
Comunichiamo solo con donne.
Manifesto tratto da "Rivolta Femminile"
Autrice: Carla Lonzi
La donna non va definita in rapporto all'uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. L'uomo non è il modello a cui adeguare il processo di scoperta di sé da parte della donna. La donna è l'altro rispetto all'uomo. L'uomo è l'altro rispetto alla donna.
L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli. Identificare la donna all'uomo significa annullare l'ultima via di liberazione.
Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell'uomo perchè è invivibile, ma esprimere il suo senso dell'esistenza.
La donna come soggetto non rifiuta l'uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario.
Finora il mito della complementarietà è stato usato dall'uomo per giustificare il proprio potere.
Le donne son persuase fin dall'infanzia a non prendere decisioni e a dipendere da persona 'capace' e 'responsabile': il padre, il marito, il fratello...
L'immagine femminile con cui l'uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione.
Verginità, castità, fedeltà, non sono virtù; ma vincoli per costruire e mantenere la famiglia. L'onore ne è la conseguente codificazione repressiva.
Nel matrimonio la donna, privata dal suo nome, perde la sua identità significando il passaggio di proprietà che è avvenuto tra il padre di lei e il marito.
Chi genera non ha la facoltà di attribuire ai figli il proprio nome: il diritto della donna è stato ambito da altri di cui è diventato il privilegio.
Ci costringono a rivendicare l'evidenza di un fatto naturale.
Riconosciamo nel matrimonio l'istituzione che ha subordinato la donna al destino maschile. Siamo contro il matrimonio.
Il divorzio è un innesto di matrimoni da cui l'istituzione esce rafforzata.
La trasmissione della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica.
Il primo elemento di rancore della donna verso la società sta nell'essere costretta ad affrontare la maternità come un aut-aut.
Denunciamo lo snaturamento di una maternità pagata al prezzo dell'esclusione.
La negazione della libertà d'aborto rientra nel veto globale che viene fatto all'autonomia della donna.
Non vogliamo pensare alla maternità tutta la vita e continuare ad essere inconsci strumenti del potere patriarcale.
La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante. In una libertà che si sente di affrontare, la donna libera anche il figlio e il figlio è l'umanità.
In tutte le forme di convivenza, alimentare, pulire, accudire e ogni momento del vivere quotidiano devono essere gesti reciproci.
Per educazione e per mimesi l'uomo e la donna sono già nei ruoli della primissima infanzia.
Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie perchè attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico) hanno costretto l'umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente.
Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia dei sessi.
Non vogliamo d'ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo.
Il femminismo è stato il primo momento politico di critica storica alla famiglia e alla società.
Unifichiamo le situazioni e gli episodi dell'esperienza storica femminista: in essa la donna si è manifestata interrompendo per la prima volta il monologo della civiltà patriarcale.
Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere.
Permetteremo quello che di continuo si ripete al termine di ogni rivoluzione popolare quando la donna, che ha combattuto insieme con gli altri, si trova messa da parte con tutti i suoi problemi?
Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dalla egemonia dell'efficienza. Noi vogliamo mettere la nostra capacità lavorativa a disposizione dei una società che ne sia immunizzata.
La guerra è stata da sempre l'attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile.
La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un'altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico?
Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della sua laboriosità sussidiaria.
Dare alto valore ai momenti 'improduttivi' è un'estensione di vita proposta dalla donna.
Chi ha il potere afferma: 'Fa parte dell'erotismo amare un essere inferiore. Mantenere lo status quo è dunque un suo atto d'amore.
Accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme, perchè abbiamo smesso di considerare la frigidità un'alternativa onorevole.
Continuare a regolamentare la vita fra i sessi è una necessità del potere, l'unica scelta soddisfacente è un rapporto libero.
Sono un diritto dei bambini e degli adolescenti la curiosità e i giochi sessuali.
Abbiamo guardato per 4000 anni: adesso abbiamo visto!
Alle nostre spalle sta l'apoteosi della millenaria supremazia maschile. Le religioni istituzionalizzate ne sono state il più fermo piedistallo. E il concetto di 'genio' ne ha costituito l'irraggiungibile gradino.
La donna ha avuto l'esperienza di vedere ogni giorno distrutto quello che faceva.
Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili.
Nulla o male è stato tramandato dalla presenza della donna: sta a noi riscoprirla per sapere la verità.
La civiltà ci ha definite inferiori, la chiesa ci ha chiamate sesso, la psicanalisi ci ha tradite, il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica.
Chiediamo referenze di millenni di pensiero filosofico che ha teorizzato l'inferiorità della donna.
Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione dell'umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale; sfera privata e pietas. Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna.
Sputiamo su Hegel.
La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti tra collettivi di uomini: essa non prevede la liberazione della donna, il grande oppresso della civiltà patriarcale.
La lotta di classe, come teoria di classe sviluppata dalla dialettica servo-padrone, ugualmente esclude la donna. Noi rimettiamo in discussione il socialismo e la dittatura del proletariato.
Non riconoscendosi nella cultura maschile, la donna le toglie l'illusione dell'universalità.
L'uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione.
La forza dell'uomo è nel suo identificarsi con la cultura, la nostra nel rifiutarla.
Dopo questo atto di coscienza l'uomo sarà distinto dalla donna e dovrà ascoltare da lei tutto quello che la concerne.
Non salterà il mondo se l'uomo non avrà più l'equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione.
Nella cocente realtà di un universo che non ha mai svelato i suoi segreti, noi togliamo molto del credito dato agli accanimenti della cultura. Vogliamo essere all'altezza di un universo senza risposte.
Noi cerchiamo l'autenticità del gesto di rivolta e non la sacrificheremo né all'organizzazione né al proselitismo.
Comunichiamo solo con donne.
Manifesto tratto da "Rivolta Femminile"
Autrice: Carla Lonzi
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La ballata amara di Santa Tejerina
Romina, 21 anni, vittima dell'Argentina anti-abortistaStuprata da un vicino, costretta a tacere la sua gravidanza per i condizionamenti della Chiesa, condannata per infanticidioRiccardo De GennaroLeón Gieco, un popolare cantautore di Santa Fe, città della pampa argentina, ha scritto una canzone per lei, come gli innamorati di una volta. «Santa Tejerina es la santa preferida de los que pidion perdón, vamos a bailar que ya yo te perdoné», la santa preferita di coloro che chiedono perdono, andiamo a ballare che io t'ho già perdonata, dice. Ma la storia di Romina Tejerina non è una storia romantica. È una storia di miseria, paura e prevaricazione, lo specchio di una società, quella argentina, che sacrifica ogni anno sull'altare anti-abortista migliaia di ragazze perlopiù minorenni: una parte muore in seguito ad aborto clandestino, un'altra viene gettata in carcere e deve vivere sotto il duplice peso di una sentenza giudiziaria e della condanna morale di una comunità condizionata dalla Chiesa. Romina Tejerina, 21 anni, un bel volto indio dagli occhi pieni di pianto, appartiene a un terzo gruppo. Deve scontare una pena di 14 anni per aver ucciso la sua bambina appena partorita nella vasca da bagno, dopo essere stata stuprata da un vicino di casa molto più anziano di lei. Emilio «Pocho» Vargas l'aveva aggredita per strada e costretta a salire sulla sua auto: qui l'aveva violentata, sicuro che - anche grazie al fratello poliziotto - l'avrebbe fatta franca. Era il primo agosto del 2002. Se in Argentina esistessero i consultori e l'aborto fosse legale, Romina Tejerina - che ai tempi dello stupro era minorenne - non sarebbe in galera e, due domeniche fa, non sarebbe stata necessaria la mobilitazione di 10mila donne a Jujuy, dove lei è nata e dove sconta la pena, per chiederne la scarcerazione.Dopo essere stata violentata, Romina aveva tentato di abortire clandestinamente. Non aveva denunciato lo stupro per paura e, successivamente, per la vergogna, non aveva detto della gravidanza né ai genitori, né alla sorella maggiore con la quale viveva. Poco prima della sentenza, nel giugno dell'anno scorso, Romina ha raccontato a una giornalista di Pagina 12, che il padre considerava le donne tutte puttane e che l'aveva avvertita: «Se rimarrai incinta mi farai morire d'infarto». Quando la incontrava, il suo violentatore la derideva, si burlava di lei. Infine la minacciava di uccidere suo padre se avesse parlato. «Non posso giustificare quello che ho fatto - ha raccontato Romina - ma ero disperata. Ho trascorso tutti quei mesi senza sapere che cosa fare». La tensione cresceva in lei, la paura di dover convivere tutta la vita con quel ricordo terribile l'ha fatta uscire di testa. Dopo aver partorito ha afferrato un coltello e, in un raptus di follia, ha colpito per 26 volte il corpicino della neonata. Al processo la difesa ha chiesto la perizia psichiatrica, ma il giudice Sarmann del tribunale di Jujuy ha respinto l'istanza. Ha preferito domandare ai testimoni dell'accusa se Romina beveva, come si vestiva, l'atteggiamento che teneva con i ragazzi, se aveva una relazione con il suo Vargas. Non deve stupire in una regione dove spesso padri e datori di lavoro applicano senza problemi il derecho de pernada, lo ius primae noctis, e non c'è vittima che si ribelli perché non serve a niente. L'unica «colpa» di Romina Tejerina, prima che il vicino di casa la stuprasse, era di andare a bere e ballare con gli amici, come tutte le ragazze. Il giudizio della societàBisogna pensare almeno per un attimo a quello che deve sopportare oggi dietro le sbarre: oltre alle durezze del carcere, il giudizio di una società oppressiva e arretrata, alla quale non importa la condizione sociale e la disperazione delle giovani che ogni giorno vengono stuprate e non sanno a chi chiedere aiuto. Romina è colpevole, forse era convinta che uccidendo il bambino avrebbe cancellato per sempre il trauma di quella notte. Non sapeva che la coscienza non funziona in questo modo e la giustizia funziona in modo sbagliato. Non hanno neppure creduto alla sua versione dei fatti: siccome i ripetuti tentativi di aborto avevano contribuito alla nascita prematura della bambina, il giudice ha deciso che non c'era stato stupro perché i tempi del concepimento e della violenza non coincidevano. Non si è nemmeno preoccupato di disporre il test del Dna, ma probabilmente oggi è ammirato per la sua magnanimità, se si tiene conto che la pubblica accusa, sostenuta da una donna, aveva chiesto l'ergastolo per omicidio aggravato e lui le ha inflitto solo 14 anni. Il violentatore, invece, è rimasto in carcere tre settimane, poi è uscito. Ora viene invitato dalle tv locali, dove annuncia: farò dire una messa per la piccola. Ma dopo la sentenza, il caso di Romina ha assunto un valore emblematico e nelle strade delle principali città, da Buenos Aires alla Patagonia, sono apparse scritte di solidarietà nei suoi confronti. Lei, a dire il vero, è sorpresa di essere diventata un simbolo per la liberazione della donna e la lotta per la legalizzazione dell'aborto. Nel solo carcere di San Salvador de Jujuy su 24 detenute tre sono dentro per infanticidio. Natalia, ad esempio, ha ucciso la sua bambina di cinque anni quando ha visto che il marito abusava di lei. Olga, invece, la migliore amica di Romina nel carcere, ha ammazzato con un colpo di pistola il padre, un poliziotto, che la violentava da quando aveva 16 anni. «Libertad por Tejerina, despenalización del aborto» hanno ribadito due domeniche fa quelle 10 mila donne in corteo per le strade di Jujuy, il capoluogo della regione argentina che confina con la Bolivia. La marcia rientrava nell'ambito dei tre giorni dell'Incontro nazionale della Donna, faticosamente organizzato tra le polemiche degli ambienti ecclesiastici e della comuntià locale. La scelta di Jujuy, d'altronde, non è stata casuale: nella regione muoiono 200 partorienti ogni 100mila, la maggioranza per procurato aborto. Le statistiche dicono che l'indice è pari a 2-3 volte quello delle altre regioni argentine e che si avvicina a quello dei Paesi più poveri dell'Africa.Come le tre scimmietteLa grande manifestazione di Jujuy si è svolta senza incidenti, nella massima tranquillità, ma la sua conclusione dice più di molti discorsi. A un certo punto, infatti, una parte del corteo si è diretta verso la cattedrale e l'ha trovata circondata da un centinaio di fedeli. Qui si è verificato un inedito scontro verbale: da un lato, le manifestanti gridavano slogan a sostegno dei diritti della donna e dell'aborto, dall'altro, i fedeli e le fedeli rispondevano a capo chino con il bisbiglìo delle loro preghiere. I due mondi, ora così vicini, non potevano essere più lontani.«No les miran, no les hablen, non respondan», non guardatele, non parlate, non rispondete, era la parola d'ordine fatta circolare tra i credenti, che - come le tre scimmiette - chiudevano occhi, orecchie e bocca davanti a un problema di incredibile gravità. Era come se quelle 10mila donne in corteo non esistessero, o che - come le Madres di plaza de Mayo quando nel '77 cominciarono a reclamare i figli desaparecidos - fossero tutte pazze.Le donne argentine oggi lottano per l'aborto e lo fanno non soltanto per affermare il diritto della donna di poter scegliere della propria vita e del proprio corpo, ma anche, più direttamente, per salvare migliaia di vite umane. Le cifre parlano chiaro: ogni anno in Argentina 360 donne muoiono a causa di aborti illegali, una al giorno. O per dirla con un altro dato: un terzo delle morti di donne rimaste incinta è provocato dagli aborti clandestini. Ma per la Chiesa, i medici, la magistratura questo non è un problema. Sembrano non accorgersene. È come se questi dati non li riguardassero e, dunque, non c'è da stupirsi se a finire in galera sono le ragazze che abortiscono illegalmente e se quel cantautore di Santa Fe è stato addirittura processato per la sua ballata.D'altronde basta ricordare che quando il governo Kirchner tentò un'iniziativa per la diffusione dei contraccettivi tra gli strati più poveri della popolazione l'Argentina rischiò l'incidente diplomatico con il Vaticano. Era il febbraio dell'anno scorso. Il vescovo militare Antonio Baseotto prese carta e penna e scrisse al ministro della Salute accusandolo di apologia di reato. Aggiunse che il ministro avrebbe meritato di essere «gettato in mare con una pietra di mulino al collo». Voleva essere una citazione evangelica, ma il riferimento ai «voli della morte» con i quali la giunta militare eliminava i desaparecidos era esplicito. A fronte della dura reazione del governo, Baseotto ottenne la solidarietà del Vaticano, attraverso una lettera inviatagli dall'allora vescovo e, tre settimane dopo, pontefice Joseph Ratzinger. Questi manifestava al «collega» argentino «un sentimento di particolare stima» e giudicava le sue allucinate parole «un intervento a favore della vita nascente e della dignità della sessualità umana». Evidentemente non di Romina, né di tutte le altre donne. Durante la cerimonia di investitura di Ratzinger a pontefice, Kirchner fu l'unico capo di stato che non avvicinò le labbra all'anello di Benedetto XVI
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martedì 22 gennaio 2008
Simone de Beauvoir: una donna che ancora dà fastidio
da Il Paese delle donne
“L’annata 2008 comincia decisamente molto male”: così aprono il 2008, senza fare i soliti auguri di “bob ton”, "Les Penelopes", le femministe francesi che nel loro sito preferiscono piuttosto soffermarsi sul modo con cui i media celebrano il centenario della nascita di Simone de Beauvoir.
Il titolo con cui aprono l’anno: Une femme derangeante, una donna che disturba, fa dis/ordine. “Si celebra il centenario della nascita di Simone de Beauvoir. No, non gridate al lupo. Non è la celebrazione in sé che ci fa drizzare il capelli in testa, ma la poltiglia per gatti che i media ci offrono e anche lo scandalo che rappresenta il loro perverso bisogno di fare del sensazionalismo piuttosto che informazione.
Di anestesizzare il pensiero piuttosto che di suscitarlo. Certamente, nulla sarà stato risparmiato a Simone de Beauvoir, la donna libera e fiera, la militante, la filosofa, la scrittrice, la grande testimone impegnata del suo tempo. Quella che ha segnato le nostre vite, lo si riconosca oppure no, quella che ha dato senso all’intuizione delle ribellioni isolate, dei tormenti individuali, delle inquietudini impossibili a formularsi. Lei, la prima a descrivere la fabbricazione della donna. Quella che ha dimostrato razionalmente che non si nasce donna ma lo si diventa”.
Sotto accusa è in particolare “le Nouvel Observateur” che - per illustrare il carattere scandaloso per la morale borghese di quei tempi del modo di vita di Simone de Beauvoir, e soprattutto delle “idee di libertà e d’indipendenza che lei rivendicava fieramente ed incarnava” - pubblica una foto di Simone de Beauvoir, nuda, nell’intimità di una sala da bagno, titolando “la scandalosa”.
Les Penelopes si chiedono il perché di questa operazione: “Il pensiero di Simone de Beauvoir sarebbe ancora così attuale da meritare … che la si desacralizzi non con le argomentazioni, il ragionamento ma con l’immagine delle sue natiche? Come se occorresse innanzitutto mostrare che lei era donna come le altre, donna come si guardano le donne, sarebbe a dire sempre e prima di tutto i loro corpi, le loro forme, i loro culi. E che così, … sia messo in scena quello che era impensabile immaginare di questa filosofa deliberatamente ribelle mai rientrata nei ranghi? Come se fosse così possibile depennare tutti gli effetti del pensiero rivoluzionario (si, osiamo questo aggettivo) di quella che ha voluto vivere come credeva giusto pensare”.
E’ una donna che ancora disturba “ molto semplicemente perché in fondo il patriarcato non ha ceduto granché. Malgrado le lotte delle donne, le leggi, e l’esplosione delle famiglie tradizionali, la discriminazione persiste, il dominio permane. Se noi siamo meglio attrezzate oggi per farvi fronte, per comprenderne le radici, è in gran parte perché Simone de Beauvoir ha liberato uno spazio concettuale in cui alcune donne si sono riversate, per dire, produrre idee, analizzare la realtà di milioni di altre donne. Milioni di donne di tutti i paesi si sono riconosciute nei suoi scritti, nelle sue parole, le sue azioni. L’universalità dell’opera di Simone de Beauvoir è attuale, vivente, vibrante. Cento anni dopo la sua nascita, quasi sessanta dalla pubblicazione de “il secondo sesso”, continua a suscitare ammirazione e denigrazione.
A lei che non credeva al destino eterno, sarebbe terribilmente piaciuto di poter dire che la lotta da lei condotta ha portato alla vittoria per l’eguaglianza, la libertà ma poiché non è ancora vero, noi non abbiamo altra scelta che proseguire questa lotta e passare la fiaccola a quelle che, bambine di oggi, avranno domani bisogno di armi per resistere al ritorno del conservatorismo, dell’oscurantismo, dell’integrismo e del liberismo, tutti predatori dell’eguaglianza e dell’emancipazione. Per questo, dobbiamo innanzitutto non perdere la memoria di quelle che ci hanno preceduto”
da Il Paese delle donne
“L’annata 2008 comincia decisamente molto male”: così aprono il 2008, senza fare i soliti auguri di “bob ton”, "Les Penelopes", le femministe francesi che nel loro sito preferiscono piuttosto soffermarsi sul modo con cui i media celebrano il centenario della nascita di Simone de Beauvoir.
Il titolo con cui aprono l’anno: Une femme derangeante, una donna che disturba, fa dis/ordine. “Si celebra il centenario della nascita di Simone de Beauvoir. No, non gridate al lupo. Non è la celebrazione in sé che ci fa drizzare il capelli in testa, ma la poltiglia per gatti che i media ci offrono e anche lo scandalo che rappresenta il loro perverso bisogno di fare del sensazionalismo piuttosto che informazione.
Di anestesizzare il pensiero piuttosto che di suscitarlo. Certamente, nulla sarà stato risparmiato a Simone de Beauvoir, la donna libera e fiera, la militante, la filosofa, la scrittrice, la grande testimone impegnata del suo tempo. Quella che ha segnato le nostre vite, lo si riconosca oppure no, quella che ha dato senso all’intuizione delle ribellioni isolate, dei tormenti individuali, delle inquietudini impossibili a formularsi. Lei, la prima a descrivere la fabbricazione della donna. Quella che ha dimostrato razionalmente che non si nasce donna ma lo si diventa”.
Sotto accusa è in particolare “le Nouvel Observateur” che - per illustrare il carattere scandaloso per la morale borghese di quei tempi del modo di vita di Simone de Beauvoir, e soprattutto delle “idee di libertà e d’indipendenza che lei rivendicava fieramente ed incarnava” - pubblica una foto di Simone de Beauvoir, nuda, nell’intimità di una sala da bagno, titolando “la scandalosa”.
Les Penelopes si chiedono il perché di questa operazione: “Il pensiero di Simone de Beauvoir sarebbe ancora così attuale da meritare … che la si desacralizzi non con le argomentazioni, il ragionamento ma con l’immagine delle sue natiche? Come se occorresse innanzitutto mostrare che lei era donna come le altre, donna come si guardano le donne, sarebbe a dire sempre e prima di tutto i loro corpi, le loro forme, i loro culi. E che così, … sia messo in scena quello che era impensabile immaginare di questa filosofa deliberatamente ribelle mai rientrata nei ranghi? Come se fosse così possibile depennare tutti gli effetti del pensiero rivoluzionario (si, osiamo questo aggettivo) di quella che ha voluto vivere come credeva giusto pensare”.
E’ una donna che ancora disturba “ molto semplicemente perché in fondo il patriarcato non ha ceduto granché. Malgrado le lotte delle donne, le leggi, e l’esplosione delle famiglie tradizionali, la discriminazione persiste, il dominio permane. Se noi siamo meglio attrezzate oggi per farvi fronte, per comprenderne le radici, è in gran parte perché Simone de Beauvoir ha liberato uno spazio concettuale in cui alcune donne si sono riversate, per dire, produrre idee, analizzare la realtà di milioni di altre donne. Milioni di donne di tutti i paesi si sono riconosciute nei suoi scritti, nelle sue parole, le sue azioni. L’universalità dell’opera di Simone de Beauvoir è attuale, vivente, vibrante. Cento anni dopo la sua nascita, quasi sessanta dalla pubblicazione de “il secondo sesso”, continua a suscitare ammirazione e denigrazione.
A lei che non credeva al destino eterno, sarebbe terribilmente piaciuto di poter dire che la lotta da lei condotta ha portato alla vittoria per l’eguaglianza, la libertà ma poiché non è ancora vero, noi non abbiamo altra scelta che proseguire questa lotta e passare la fiaccola a quelle che, bambine di oggi, avranno domani bisogno di armi per resistere al ritorno del conservatorismo, dell’oscurantismo, dell’integrismo e del liberismo, tutti predatori dell’eguaglianza e dell’emancipazione. Per questo, dobbiamo innanzitutto non perdere la memoria di quelle che ci hanno preceduto”
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mercoledì 16 gennaio 2008
Venerdi 1 febbraio 2008 - dalle ore 22.00 in Basso Acquar - Verona
Presidio Contro l'ordinanza della Giunta Tosi che vieta alle persone omosessuali di Verona e Provincia la libera circolazione in Basso Acquar, Coni - Verona
Dopo l'ennesima ordinanza della giunta Veronese, che viete alle persone gay di Verona e provincia, la libera circolazione e sosta presso le vie adiacenti il Coni in Basso Acquar dalle 22.00 alle 5.00 del mattino, le associazioni Veronesi indicono un presidio per chiedere alla Giunta di togliere ordinanza e cartelli permettendo alle persone gay, che da decenni, frequentano il luogo di circolare liberamente senza vincoli e divieti di sorta.
La giunta xenofoba veronese non può arrogarsi il potere di impedire ai gay alle lesbiche ai trans veronesi di incontrasi e conoscersi in Basso Aquar e negli altri luoghi di contro di Verona.
Dopo l'ennesima ordinanza della giunta Veronese, che viete alle persone gay di Verona e provincia, la libera circolazione e sosta presso le vie adiacenti il Coni in Basso Acquar dalle 22.00 alle 5.00 del mattino, le associazioni Veronesi indicono un presidio per chiedere alla Giunta di togliere ordinanza e cartelli permettendo alle persone gay, che da decenni, frequentano il luogo di circolare liberamente senza vincoli e divieti di sorta.
La giunta xenofoba veronese non può arrogarsi il potere di impedire ai gay alle lesbiche ai trans veronesi di incontrasi e conoscersi in Basso Aquar e negli altri luoghi di contro di Verona.
Circolo pink Verona, Arcigay Verona, Arcilesbica Verona, Sinistra Critica e csoa La Chimica indicono questo presidio e invitano la cittadinanza tutta al Presidio, invitano inoltre le associazioni, partiti, sindacati, gruppi, singole e singoli ad aderire.
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iniziative
martedì 15 gennaio 2008
Coordinamento dei Collettivi de La sapienza: Ratzinger non viene, vince l'università!
Ratzinger ha capito che l'arroganza non paga sempre.
Vince l'università. Vincono gli studenti, i docenti, i ricercatori, le studentesse che rivendicano la difesa del diritto ad abortire, gli studenti omosessuali e delle studentesse lesbiche che rivendicano il diritto al riconosimento delle loro unioni.
Vinconop tutti coloro che in queste settimane si sono mobilitati contro l'idea che l'anno accademico venisse inaugurato da un papa oscurantista e reazionario, che propugna un'idea di cultura autoritaria e gerarchica della cultura che non è la nostra, non è quella che vogliamo nella nostra università, già martoriata da un decennio di disastrose riforme. Le autoesaltazioni ci piacciono sempre poco, in un'università che non ha nulla per cui esaltarsi. las celebrazione del connubio tra un'università dequalificata che ci vuole tutti precari e un'ideologia reazionaria che ci vuole tutti fedeli e oppresse, era davvero troppo.
Per quasto abbiamo detto no. Nessuna censura. L'università è nostra, eravamo noi i censurati, se si pretende di imporci chi doveva venire ad inugurare il nostro anno accaemio.
Ci siamo ripresi un diritto di scelta: la scelta di poter dire no, almeno su chi vorrebbe venire a "pontificare" nei nostri luoghi di studio. Una bella soddisfazione, prendersi un diritto di scelta con un papa come Ratzinger, che la libertà di scelta vuole toglierla a tutte/i.
Tutte le iniziative di mobilitazione di giovedì - compresa la "frocessione", che inizierà alle 14 - sono comunque confermate. Il 17 sarà ancor più la giornata dei diritti, degli studenti, delle donne, degli omosessuali e delle lesbiche, dei docenti e dei ricercatori liberi.
Per contatti: 3498414017 - 3494945614
Ratzinger ha capito che l'arroganza non paga sempre.
Vince l'università. Vincono gli studenti, i docenti, i ricercatori, le studentesse che rivendicano la difesa del diritto ad abortire, gli studenti omosessuali e delle studentesse lesbiche che rivendicano il diritto al riconosimento delle loro unioni.
Vinconop tutti coloro che in queste settimane si sono mobilitati contro l'idea che l'anno accademico venisse inaugurato da un papa oscurantista e reazionario, che propugna un'idea di cultura autoritaria e gerarchica della cultura che non è la nostra, non è quella che vogliamo nella nostra università, già martoriata da un decennio di disastrose riforme. Le autoesaltazioni ci piacciono sempre poco, in un'università che non ha nulla per cui esaltarsi. las celebrazione del connubio tra un'università dequalificata che ci vuole tutti precari e un'ideologia reazionaria che ci vuole tutti fedeli e oppresse, era davvero troppo.
Per quasto abbiamo detto no. Nessuna censura. L'università è nostra, eravamo noi i censurati, se si pretende di imporci chi doveva venire ad inugurare il nostro anno accaemio.
Ci siamo ripresi un diritto di scelta: la scelta di poter dire no, almeno su chi vorrebbe venire a "pontificare" nei nostri luoghi di studio. Una bella soddisfazione, prendersi un diritto di scelta con un papa come Ratzinger, che la libertà di scelta vuole toglierla a tutte/i.
Tutte le iniziative di mobilitazione di giovedì - compresa la "frocessione", che inizierà alle 14 - sono comunque confermate. Il 17 sarà ancor più la giornata dei diritti, degli studenti, delle donne, degli omosessuali e delle lesbiche, dei docenti e dei ricercatori liberi.
Per contatti: 3498414017 - 3494945614
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lunedì 14 gennaio 2008
Risposta a Ferrara
L’incapacità di stare dinnanzi al mistero della fertilità femminile ha inquietanti conseguenze. La paura e l’impotenza maschile spesso si traducono in violenza.
Mistero che la donna vive e che gli uomini devono accettare, volenti o nolenti, che piaccia o meno. Se infatti è auspicabile che il sì (o il no) ad una gravidanza sia preso insieme, donna e uomo, a lei spetta l’ultima scelta. È lei, e solo lei, che decide se coinvolgerlo. È lei, e solo lei che può donargli la paternità. Non c’è legge o sanzione che tenga. E l’ansia di regolamentare è forse derivata da questa impotenza, da questo essere in balia di lei. Paura che, se non interrogata, porta, almeno a livello latente (ma non solo), alla violenza. Sì perché l’appello di Giuliano Ferrara è violento, nonostante lui accusi gli altri, e soprattutto le altre di esserlo. Mortifica il corpo femminile considerando le donne al pari di un mostro che arriva al “desiderio di non averli [i figli] e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore” coinvolta in “un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica.”[1]
Se scegliere l’aborto non ci rende libere negarlo è una violenza e un’usurpazione. È entrare nel nostro corpo senza chiedere permesso. “Una gravidanza non desiderata è un’aggressione biologica (e, ovviamente, culturale e politica) inferta alla donna, per cui il principio a cui lei ricorre per liberarsene è soltanto un principio di legittima difesa.”[2]
Rispetto all’ossessione di Ferrara di ‘salvare milioni di innocenti’ mi sembra illuminante lo scritto di Rivolta Femminile Identità femminile e aborto del 1975. “Sappiamo che in noi vita e morte coincidono: se diamo la nascita possiamo dare l’arresto dello sviluppo che porta alla nascita, una forma di morte – così come il feto può darla a noi –ma non ha senso parlare di omicidio. L’uomo uccide, viene ucciso, conosce solo un aspetto della realtà. È ossessionato dal bisogno di esorcizzare la sua paura di negare la vita, ha bisogno dei principi in cui affermare il suo rispetto della vita. Ha bisogno di convincersi che nella sua civiltà la vita è sacra. Perché non lo è, e lui lo sa. Quando il feto nuota nelle acque materne è ancora la madre e come lei sta nella logica della realtà in cui morte e vita coincidono […]. Nella sua negazione dell’aborto prima, nella sua pretesa di regolamentarlo, poi, l’uomo non fa che riflettere la sua incapacità a accettare il senso profondo della maternità, ritorce sulla donna l’esclusione originaria, l’inferiorizzazione e l’invidia originarie”[3]
Non sapendo accettare il mistero che lei vive Giuliano Ferrara si fa, da una parte, garante di innocenti non ancora nati e, dall’altra, accetta, anzi appoggia, una strage di innocenti, questa volta già nati, in Afghanistan e in Iraq, come giustamente notano le promotrici dell’appello in risposta alla moratoria per l’aborto.[4]
Il senso della vita è un’esperienza intensa per la donna. La possibilità che il suo corpo ha di ospitare un’altra vita non può essere sentito dagli uomini, ma può essere rispettato. Se al concepimento concorrono entrambi i sessi, a lei sono affidati la gestazione, il parto e l’allattamento. Uomini e donne nascono da una donna. Dal suo sì che non va dato per scontato. Poteva dire di no per i suoi personalissimi motivi. Disequilibrio e asimmetria tra i sessi che va interrogata, a cui non ci si può sottrarre, anche solo per il fatto di essere nati.
Forse è giunto il momento che gli uomini si interroghino sulle proprie invidie e paure, per trovare un senso nuovo, libero, nelle e alle relazioni con le donne. Ma dovranno essere loro a compiere questo passo, non possiamo fare il lavoro per loro.
La relazione materna nasce nel momento in cui lei lo accetta.
La posta in gioco è la libertà femminile, libertà di un corpo che, nonostante tutto, non si lascia prendere.
Daniela
[1] Giuliano Ferrara, Appello, ora la moratoria per l’aborto, Gli editoriali
[2] AAVV Rivolta femminile, Identità femminile e aborto, in AAVV Maria Grazia Chinese, Carla Lonzi, Marta Lonzi, Anna Jaquinta, È già politica, Scritti di Rivolta Femminile 8, Milano 1977, p. 123
[3] Ivi, p. 124
[4] Cfr AAVV Monia Andreani, Olivia Guaraldo, Francesca Palazzi Arduini, Emma Schiavon, Dead women wolking
Mistero che la donna vive e che gli uomini devono accettare, volenti o nolenti, che piaccia o meno. Se infatti è auspicabile che il sì (o il no) ad una gravidanza sia preso insieme, donna e uomo, a lei spetta l’ultima scelta. È lei, e solo lei, che decide se coinvolgerlo. È lei, e solo lei che può donargli la paternità. Non c’è legge o sanzione che tenga. E l’ansia di regolamentare è forse derivata da questa impotenza, da questo essere in balia di lei. Paura che, se non interrogata, porta, almeno a livello latente (ma non solo), alla violenza. Sì perché l’appello di Giuliano Ferrara è violento, nonostante lui accusi gli altri, e soprattutto le altre di esserlo. Mortifica il corpo femminile considerando le donne al pari di un mostro che arriva al “desiderio di non averli [i figli] e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore” coinvolta in “un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica.”[1]
Se scegliere l’aborto non ci rende libere negarlo è una violenza e un’usurpazione. È entrare nel nostro corpo senza chiedere permesso. “Una gravidanza non desiderata è un’aggressione biologica (e, ovviamente, culturale e politica) inferta alla donna, per cui il principio a cui lei ricorre per liberarsene è soltanto un principio di legittima difesa.”[2]
Rispetto all’ossessione di Ferrara di ‘salvare milioni di innocenti’ mi sembra illuminante lo scritto di Rivolta Femminile Identità femminile e aborto del 1975. “Sappiamo che in noi vita e morte coincidono: se diamo la nascita possiamo dare l’arresto dello sviluppo che porta alla nascita, una forma di morte – così come il feto può darla a noi –ma non ha senso parlare di omicidio. L’uomo uccide, viene ucciso, conosce solo un aspetto della realtà. È ossessionato dal bisogno di esorcizzare la sua paura di negare la vita, ha bisogno dei principi in cui affermare il suo rispetto della vita. Ha bisogno di convincersi che nella sua civiltà la vita è sacra. Perché non lo è, e lui lo sa. Quando il feto nuota nelle acque materne è ancora la madre e come lei sta nella logica della realtà in cui morte e vita coincidono […]. Nella sua negazione dell’aborto prima, nella sua pretesa di regolamentarlo, poi, l’uomo non fa che riflettere la sua incapacità a accettare il senso profondo della maternità, ritorce sulla donna l’esclusione originaria, l’inferiorizzazione e l’invidia originarie”[3]
Non sapendo accettare il mistero che lei vive Giuliano Ferrara si fa, da una parte, garante di innocenti non ancora nati e, dall’altra, accetta, anzi appoggia, una strage di innocenti, questa volta già nati, in Afghanistan e in Iraq, come giustamente notano le promotrici dell’appello in risposta alla moratoria per l’aborto.[4]
Il senso della vita è un’esperienza intensa per la donna. La possibilità che il suo corpo ha di ospitare un’altra vita non può essere sentito dagli uomini, ma può essere rispettato. Se al concepimento concorrono entrambi i sessi, a lei sono affidati la gestazione, il parto e l’allattamento. Uomini e donne nascono da una donna. Dal suo sì che non va dato per scontato. Poteva dire di no per i suoi personalissimi motivi. Disequilibrio e asimmetria tra i sessi che va interrogata, a cui non ci si può sottrarre, anche solo per il fatto di essere nati.
Forse è giunto il momento che gli uomini si interroghino sulle proprie invidie e paure, per trovare un senso nuovo, libero, nelle e alle relazioni con le donne. Ma dovranno essere loro a compiere questo passo, non possiamo fare il lavoro per loro.
La relazione materna nasce nel momento in cui lei lo accetta.
La posta in gioco è la libertà femminile, libertà di un corpo che, nonostante tutto, non si lascia prendere.
Daniela
[1] Giuliano Ferrara, Appello, ora la moratoria per l’aborto, Gli editoriali
[2] AAVV Rivolta femminile, Identità femminile e aborto, in AAVV Maria Grazia Chinese, Carla Lonzi, Marta Lonzi, Anna Jaquinta, È già politica, Scritti di Rivolta Femminile 8, Milano 1977, p. 123
[3] Ivi, p. 124
[4] Cfr AAVV Monia Andreani, Olivia Guaraldo, Francesca Palazzi Arduini, Emma Schiavon, Dead women wolking
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riflessioni
Aborto: in Veneto torna in pista la legge antiabortista
La proposta prevede che gli antiabortisti possano operare nei consultori. La prossima settimana la Regione potrebbe tornare a discuterne. Ma c'è chi si oppone anche a destra, come la consigliera di Forza Italia Regina Bertipaglia: «Intacca la 194»
Quel progetto di legge aspetta dal dicembre 2004. Tre articoli che spianerebbero la strada ai volontari antiabortisti nelle strutture sanitarie che praticano l'interruzione volontaria di gravidanza. Un testo asciutto e senza fronzoli che punta a «regolamentare le iniziative mirate all'informazione sulle possibili alternative all'aborto», presentato dal Movimento per la Vita e sostenuto da ventimila firme. Non solo materiale informativo ma persone che scorazzerebbero nei consultori familiari, nei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d'aspetto e negli atri degli ospedali pronti a informare sui «rischi sia fisici che psichici cui si espone la donna con l'Ivg». E' stato abbastanza per attivare in Veneto una vasta rete di donne singole, associazioni, partiti e sindacati che il 7 ottobre 2006 hanno manifestato a Venezia in difesa della 194 e dei consultori.Nelle ultime settimane nella regione dove l'85% dei medici è obiettore in tema di aborto, sulla scia dell'iniziativa sulla moratoria proposta dal quotidiano Il Foglio e rilanciata anche dal capo dei vescovi Angelo Bagnasco, c'è chi chiede che il consiglio regionale calendarizzi al più presto la discussione di questo pdl passato per due volte al vaglio delle commissioni. Così hanno fatto soprattutto l'Udc, An e la Lega che del testo sono i più accesi sostenitori mentre in Forza Italia le posizioni sono più articolate tanto che, anche se non si è mai espresso pubblicamente, il presidente Giancarlo Galan non apprezzerebbe particolarmente l'iniziativa. «Ogni volta che il testo è stato affrontato per la discussione in commissione fuori dal palazzo della regione ci sono stati presidi e iniziative di disturbo», sottolinea Gemma Lunian consigliera comunale del Prc «per questo è importante riprendere in mano la protesta». Se è scontata la composizione del fronte nettamente contrario che annovera Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi meno netta sembrerebbe la situazione nel neonato Pd veneto. «A suo tempo i colleghi allora Ds avevano assicurato il loro no», ricorda Lunian «ora staremo a vedere». Non è detto che il pdl, che tra l'altro prevede sanzioni a chi dovesse negare o intralciare l'operato alle associazioni fino alla revoca della possibilità di praticare gli aborti volontari, venga calendarizzato così in fretta e furia come chiesto. Il consiglio regionale si riunirà per la prima volta la prossima settimana ma prima c'è la discussione sul bilancio.Tra chi fa parte del fronte del no c'è la consigliera di Forza Italia Regina Bertipaglia «non ho dubbi sul fatto che sia una legge che va a intaccare la 194, una presenza dei volontari antiabortisti sarebbe invasiva nei confronti delle donne che hanno fatto la loro scelta». Bertipaglia pensa piuttosto a come consentire che i consultori lavorino meglio aumentando anche il lavoro di prevenzione, soprattutto sulla fascia delle giovanissime. E sottolinea come il Veneto sia una delle regioni con la più alta migrazione abortiva dovuta all'alto numero di medici obiettori di coscienza. Una conferma viene dal rapporto Istat 2006 che vede le donne venete andare in media dieci volte di più rispetto alle altre del nord-est ad abortire fuori regione. «Le donne sono costrette a questo triste pellegrinaggio per gli ospedali. Tante che hanno scelto di abortire magari alla quarta settimana si trovano a farlo quando non è più possibile rinviare - aggiunge ancora Bertipaglia - per questo io sono una sostenitrice dell'uso della Ru486 ( la pillola abortiva, ndr) con la dovuta cautela, con tutte le sicurezze ma sarebbe un modo per aggirare questo fenomeno dei medici obiettori».
Giulia Marcante
il manifesto 08/01/2008
Quel progetto di legge aspetta dal dicembre 2004. Tre articoli che spianerebbero la strada ai volontari antiabortisti nelle strutture sanitarie che praticano l'interruzione volontaria di gravidanza. Un testo asciutto e senza fronzoli che punta a «regolamentare le iniziative mirate all'informazione sulle possibili alternative all'aborto», presentato dal Movimento per la Vita e sostenuto da ventimila firme. Non solo materiale informativo ma persone che scorazzerebbero nei consultori familiari, nei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d'aspetto e negli atri degli ospedali pronti a informare sui «rischi sia fisici che psichici cui si espone la donna con l'Ivg». E' stato abbastanza per attivare in Veneto una vasta rete di donne singole, associazioni, partiti e sindacati che il 7 ottobre 2006 hanno manifestato a Venezia in difesa della 194 e dei consultori.Nelle ultime settimane nella regione dove l'85% dei medici è obiettore in tema di aborto, sulla scia dell'iniziativa sulla moratoria proposta dal quotidiano Il Foglio e rilanciata anche dal capo dei vescovi Angelo Bagnasco, c'è chi chiede che il consiglio regionale calendarizzi al più presto la discussione di questo pdl passato per due volte al vaglio delle commissioni. Così hanno fatto soprattutto l'Udc, An e la Lega che del testo sono i più accesi sostenitori mentre in Forza Italia le posizioni sono più articolate tanto che, anche se non si è mai espresso pubblicamente, il presidente Giancarlo Galan non apprezzerebbe particolarmente l'iniziativa. «Ogni volta che il testo è stato affrontato per la discussione in commissione fuori dal palazzo della regione ci sono stati presidi e iniziative di disturbo», sottolinea Gemma Lunian consigliera comunale del Prc «per questo è importante riprendere in mano la protesta». Se è scontata la composizione del fronte nettamente contrario che annovera Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi meno netta sembrerebbe la situazione nel neonato Pd veneto. «A suo tempo i colleghi allora Ds avevano assicurato il loro no», ricorda Lunian «ora staremo a vedere». Non è detto che il pdl, che tra l'altro prevede sanzioni a chi dovesse negare o intralciare l'operato alle associazioni fino alla revoca della possibilità di praticare gli aborti volontari, venga calendarizzato così in fretta e furia come chiesto. Il consiglio regionale si riunirà per la prima volta la prossima settimana ma prima c'è la discussione sul bilancio.Tra chi fa parte del fronte del no c'è la consigliera di Forza Italia Regina Bertipaglia «non ho dubbi sul fatto che sia una legge che va a intaccare la 194, una presenza dei volontari antiabortisti sarebbe invasiva nei confronti delle donne che hanno fatto la loro scelta». Bertipaglia pensa piuttosto a come consentire che i consultori lavorino meglio aumentando anche il lavoro di prevenzione, soprattutto sulla fascia delle giovanissime. E sottolinea come il Veneto sia una delle regioni con la più alta migrazione abortiva dovuta all'alto numero di medici obiettori di coscienza. Una conferma viene dal rapporto Istat 2006 che vede le donne venete andare in media dieci volte di più rispetto alle altre del nord-est ad abortire fuori regione. «Le donne sono costrette a questo triste pellegrinaggio per gli ospedali. Tante che hanno scelto di abortire magari alla quarta settimana si trovano a farlo quando non è più possibile rinviare - aggiunge ancora Bertipaglia - per questo io sono una sostenitrice dell'uso della Ru486 ( la pillola abortiva, ndr) con la dovuta cautela, con tutte le sicurezze ma sarebbe un modo per aggirare questo fenomeno dei medici obiettori».
Giulia Marcante
il manifesto 08/01/2008
domenica 13 gennaio 2008
COMUNICATO CONCLUSIVO DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 12 GENNAIO ALLA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE
Dopo la grande manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile, il som-movimento femminista e lesbico che l’ha organizzata, si è incontrato sabato 12 gennaio a Roma in un’assemblea nazionale molto viva e partecipata.
Per dare continuità al protagonismo politico delle donne, l’assemblea ha rilanciato il conflitto riaffermando il principio dell’autodeterminazione sui nostri corpi e sulle nostre vite.Vogliamo costruire un incontro nazionale di confronto ed elaborazione, di due giorni, il 23 e 24 febbraio.Lanciamo, insieme, una campagna permanente di lotta contro tutti i tentativi di limitare la nostra libertà ed autonomia, costruendo iniziative in tutte le città il prossimo 8 marzo.
Dopo la grande manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile, il som-movimento femminista e lesbico che l’ha organizzata, si è incontrato sabato 12 gennaio a Roma in un’assemblea nazionale molto viva e partecipata.
Per dare continuità al protagonismo politico delle donne, l’assemblea ha rilanciato il conflitto riaffermando il principio dell’autodeterminazione sui nostri corpi e sulle nostre vite.Vogliamo costruire un incontro nazionale di confronto ed elaborazione, di due giorni, il 23 e 24 febbraio.Lanciamo, insieme, una campagna permanente di lotta contro tutti i tentativi di limitare la nostra libertà ed autonomia, costruendo iniziative in tutte le città il prossimo 8 marzo.
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venerdì 11 gennaio 2008
Ancora violenza...
Regione Veneto: il movimento per la vita torna all'attacco
Martina Guerrini DA 'IL PAESE DELLE DONNE' 10 gennaio 2008
Vi ricordate il Pdl del 2004 presentato alla Regione Veneto dal Movimento per la Vita? Ci risiamo. Sembra che questa rinnovata minaccia avvenga sull'onda della provocazione di Ferrara: da qualche giorno Udc, AN e Lega hanno chiesto nuovamente che il consiglio regionale calendarizzi al più presto la discussione del Pdl passato per due volte al vaglio delle commissioni.
Naturalmente che questo accada rapidamente come auspicato dalla Triplice Intesa dei Papa-ratzi è tutto da vedere. Il consiglio si riunirà per la prima volta la prossima settimana, ma prima c'è da votare il bilancio. Inoltre, esistono contraddizioni all'interno dei due partiti più mediatizzati del momento: l'ancora per poco "Forza Italia" e il neonato Pd.
Infatti assistiamo tragicamente a uno sconfortante dato (niente affatto imprevedibile, per chi scrive): appena "fondato" il Pd già mostra diverse posizioni rispetto al no univoco dei Ds di un anno fa. Del resto ancora mi chiedo il senso di aver eletto tra le proprie fila la Binetti (occorrerebbe un consulto urgentissimo di psichiatri in gamba per lei e per chi l'ha voluta).
Proprio in occasione del reiterato tentativo di introdurre antiaboristi all'interno dei consultori (perchè di questo si tratta) fu organizzata il 7 ottobre 2006 una risposta dura e refrattaria alla vergognosa operazione fascista del Movimento per la Vita, con una manifestazione a Venezia preparata e sostenuta da donne singole, collettivi femministi veneziani, reti femministe, partiti e sindacati.
Il Pdl prevede nei suoi tre articoli di "regolamentare le iniziative mirate alle informazioni sulle possibili alternative all'aborto" (come chiede del resto quel cinico provocatore guerrafondaio di Ferrara). Tutto ciò prevederebbe non solo la distribuzione di materiale informativo all'interno dei consultori, ma di fatto la scorribanda, le invettive terroristiche e le grida da caccia alle streghe degli antiaboristi all'interno dei consultori, dei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d'aspetto e negli atri degli ospedali. L'intento è quello di informare "sui rischi fisici e psichici cui si espone la donna con l'Ivg". Tutto questo, lo ricordo perché suona molto medioevale, in una regione in cui l'85% dei medici è obiettore in tema d'aborto: il Veneto ha quindi il triste primato di essere una tra le regioni con il più alto tasso di "migrazione abortiva". Il rapporto Istat 2006 informa che le donne venete vanno in media dieci volte di più ad abortire fuori regione, contro il resto del Nord-Est.
Martina Guerrini DA 'IL PAESE DELLE DONNE' 10 gennaio 2008
Vi ricordate il Pdl del 2004 presentato alla Regione Veneto dal Movimento per la Vita? Ci risiamo. Sembra che questa rinnovata minaccia avvenga sull'onda della provocazione di Ferrara: da qualche giorno Udc, AN e Lega hanno chiesto nuovamente che il consiglio regionale calendarizzi al più presto la discussione del Pdl passato per due volte al vaglio delle commissioni.
Naturalmente che questo accada rapidamente come auspicato dalla Triplice Intesa dei Papa-ratzi è tutto da vedere. Il consiglio si riunirà per la prima volta la prossima settimana, ma prima c'è da votare il bilancio. Inoltre, esistono contraddizioni all'interno dei due partiti più mediatizzati del momento: l'ancora per poco "Forza Italia" e il neonato Pd.
Infatti assistiamo tragicamente a uno sconfortante dato (niente affatto imprevedibile, per chi scrive): appena "fondato" il Pd già mostra diverse posizioni rispetto al no univoco dei Ds di un anno fa. Del resto ancora mi chiedo il senso di aver eletto tra le proprie fila la Binetti (occorrerebbe un consulto urgentissimo di psichiatri in gamba per lei e per chi l'ha voluta).
Proprio in occasione del reiterato tentativo di introdurre antiaboristi all'interno dei consultori (perchè di questo si tratta) fu organizzata il 7 ottobre 2006 una risposta dura e refrattaria alla vergognosa operazione fascista del Movimento per la Vita, con una manifestazione a Venezia preparata e sostenuta da donne singole, collettivi femministi veneziani, reti femministe, partiti e sindacati.
Il Pdl prevede nei suoi tre articoli di "regolamentare le iniziative mirate alle informazioni sulle possibili alternative all'aborto" (come chiede del resto quel cinico provocatore guerrafondaio di Ferrara). Tutto ciò prevederebbe non solo la distribuzione di materiale informativo all'interno dei consultori, ma di fatto la scorribanda, le invettive terroristiche e le grida da caccia alle streghe degli antiaboristi all'interno dei consultori, dei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d'aspetto e negli atri degli ospedali. L'intento è quello di informare "sui rischi fisici e psichici cui si espone la donna con l'Ivg". Tutto questo, lo ricordo perché suona molto medioevale, in una regione in cui l'85% dei medici è obiettore in tema d'aborto: il Veneto ha quindi il triste primato di essere una tra le regioni con il più alto tasso di "migrazione abortiva". Il rapporto Istat 2006 informa che le donne venete vanno in media dieci volte di più ad abortire fuori regione, contro il resto del Nord-Est.
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