lunedì 17 marzo 2008

Siamo state bambine

Per il piacere di chi sono rimasta incinta?
CARLA LONZI, Rivolta Femminile, Sessualità femminile e aborto, 1971


Ma lei ha goduto. Davvero? Può darsi, ma forse solo per procura. Non lo sapeva che così rimaneva incinta? Era solo ignoranza? Si tratta, allora, solo d’istruirla? Non si può invece dubitare che lei inconsciamente si sia sentita costretta? Così inconsciamente da immaginare di godere? Eppure sapeva che così sarebbe rimasta incinta, ma lei non desiderava un figlio. Qualcosa non torna. Quale meccanismo perverso, sotterraneo e ingannatore si mette in moto? Se sapeva che così sarebbe rimasta incinta e non desiderava una gravidanza allora vuol dire che ha subito, che inconsciamente si è sentita costretta a subire un atto sessuale che non voleva. Ma le fanno credere che lei ha goduto, ma non per procura, per davvero, che non poteva godere che così. E lei ci crede… o no?
Andrebbe in crisi se le dicessi che forse non lo voleva davvero?

Cosa succede se ti accorgi che era un dovere?
Cosa succede quando ti accorgi che è nel sesso che si consuma il tuo più grande e invisibile inganno?
Il senso di colpa. La frustrazione. La liberazione. La gioia.
Qualcosa improvvisamente si crepa, tutto diventa più chiaro e complicato. Nessuna è immune dai miti maschili, ma si possono intravedere e fronteggiare, non a livello ideologico, ma vissuto.
L’imposizione è: ti deve piacere il coito. Cosa è questa? Esagero a chiamarla violenza? L’uomo impone doveri sessuali come se fossero naturali.

Non mi imporre naturalità che non sono mie. Non parlarmi di natura. La mia natura è bambina, più sfuggente di quanto pensi.

Il punto più subdolo della violenza non è imporre o meno il coito, ma pretendere che piaccia, per forza.
È forse meno violenza se non ci si accorge che è violenza?
Piacere immaginato, piacere per procura: complicità con l’uomo e con tutti suoi miti.

Io non rifiuto il pene ma il fallo cioè un concetto, il significato del pene. Non l’ho rifiuto ma non ne faccio il centro del mio piacere, se lo fosse sarebbe ancora fallo.
L’uomo è frustrato se il suo pene (fallo) non da piacere, è frustrato che la donna non sia dipendente dal suo pene. Il mio piacere scalza il fatto che il pene sia l’organo del piacere. Questo lo porta a sentirsi rifiutato. Non opera forse una identificazione di sé stesso col pene (fallo)?
Fine dell’ambivalenza, fine della complicità.

Scambio di liquidi, di fluidi. Umidità e bagnato. Perché pensare che il piacere abbia a che fare con qualcosa di rigido, duro…? Non ha più a che fare con la fluidità?

Per la liberazione sessuale, ri-scopriamo il piacere autonomo .
Ripensando a Cenerentola

Vagina, luogo culturalmente caricato di significati non nostri. In questa cultura è il luogo della dipendenza sessuale della donna all’uomo.
Cenerentola si mette la scarpetta, gesto attivo che segna l’accettazione della sua (?) sessualità che è vaginale cioè dipendente. Un polo passivo dipendente e soggetto ad un polo attivo.
Quando passa da una sessualità infantile a quella matura? Quando arriva il principe che le ritrova la scarpetta-vagina. È la guaina che gli permette di passare dall’autoerotismo all’eteroerotismo nel coito. Lui le ritrova la vagina, ormai caricata di significati, per lei mortiferi perché a lui funzionali. Lei la perde o lui la ruba per farla sua? La sessualità femminile così identificata con la vaginalità, diventa dipendente dall’uomo. Il gioco è quasi fatto. Ora si tratta solo di far credere che è naturale, che è l’evoluzione per divenire donna normale. “Pazzo è chi contrasta co le stelle.” Ma era davvero quello il suo destino? Si tratta davvero di contrastare con le stelle o sono stati loro a oscurare il cielo?
Si infila la pantofola simbolo dell’unione, lei la infila: è la sposa perfetta perché accetta la vagina come guaina per il piacere maschile. È fragile (imene) e può essere persa al ballo. Lei scappa, tenta di proteggersi, teme di essere violentata? Ma poi non può che cedere, che fare d’altronde? Il terzo giorno il principe fa spalmare le scale di pece, e così quando Cenerentola fugge una delle scarpette vi rimane appiccicata. Torna il quesito: lei la perde o lui la ruba per farla sua? La pece è l’espediente del maschio per farla cadere nella trappola.
Alle sorelle, invece, non passa il piede nella scarpetta. Devono tagliarsi i piedi. Sono considerate troppo mascoline (o non femminili secondo gli stereotipi? Mascoline o semplicemente autonome?) Per essere spose perfette esse devono mutilarsi, ma non avendo accettato la vaginalità (l’identificazione con la vagina) non potranno mai diventalo veramente, saranno sempre frustrate perché in un’economia sessuale che le nega. La madre che dà loro il coltello per tagliassi l’alluce rappresenta l’ambivalenza femminile col mondo degli uomini, in bilico tra l’essere vittima e l’essere complice. Anche lei in passato avrà dovuto amputarsi… forse non se lo ricorda più.
Cenerentola è paziente e, a differenza delle sorelle che sono viste come aggressive, aspetta di essere scelta. Non fa vedere il sangue al principe. Lui ama la sua femminilità, ma a lui finalizzata, la vagina, pantofola d’oro. L’accettazione maschile della vagina è la convalida della sua femminilità. Perché lui deve farmi scoprire la mia femminilità? Non mi restituirà una femminilità a lui congeniale? È un caso che tutto questo avvenga nel momento in cui lui decide, secondo il suo piacere, di passare dall’autoerotismo all’eteroerotismo? La vagina non è così il fodero che permette il passaggio? In buona sostanza per continuare a masturbarsi, prima con la mano, ora con la mia vagina?
‘Me la sono fatta’: dare forma a ciò che non ha forma, lui fa, lei è materia malleabile.
Cenerentola avverte il pericolo imminente: scappa dalla festa, per proteggersi. Ma vuole amare, come darle torto? Le è stato troppo taciuto il suo piacere che non sa che fare, per tre volte torna al ballo e alla fine cede, diventa complice dell’uomo nell’assecondare il suo piacere. Fa del pene il centro del piacere facendolo diventare fallo e accetta per sé, come simbolo della sua femminilità identificandosi con essa, il rovesciamento dell’unico sesso. Diventa vaginale. Il principe le riporta la scarpetta ormai caricata di significati culturali, ormai resa il luogo della sottomissione. Ora Cenerentola è sessualmente matura. Il sesso prima percepito come qualcosa di pericoloso e ripugnante (per tre volta scappa) è ora percepito come qualcosa di meraviglioso. Ma come può essere meraviglioso il sesso se risponde solo ai bisogni e desideri maschili? Forse Cenerentola bambina era più lucida, aveva quasi capito.
Noi donne siamo state bambine.
Le sorelle sono clitoridee aspiranti vaginali. Devono amputare sé stesse e trattenere il dolore per essere spose. Ma il principe non vede il sangue delle sorelle: è incapace di vedere la sofferenza che lei subisce nel divenire moglie e complementare dell’uomo. Saranno, infatti, le colombelle a fargli notare il sangue. La sposa perfetta è colei che è stata amputata, ma si è dimenticata del dolore e quindi della mutilazione. Che non fa vedere nessun sangue. Che l’angoscia della visione del sangue mestruale sia il senso di colpa ancestrale per una mutilazione fatta dagli uomini nei confronti delle donne? Ma ancora non vedono che loro stessi: quel sangue non è il frutto di nessuna castrazione, non c’entra la morte, ma il rinnovamento.
Ma forse cenerentola si voleva solo mettere una scarpetta che aveva perso? Per chi non capisse cosa è una scarpetta: essa è una piccola scarpa cioè una scarpa di ridotte dimensioni.
Carla Lonzi si chiede: come è possibile riscoprire la vagina se non torna ad essere un terreno neutro?

Clitoride, nasce da un vuoto culturale. Per questo Carla Lonzi vede qui un presupposto per una riscoperta del proprio corpo e della propria cultura. Se si sta quindi nell’aut-aut: identificazione nella vagina o rifiuto della vagina si sottostà alla logica della vaginalità che mantiene l’identificazione dell’uomo nel fallo.
Fa cadere la complementarietà tra i sessi. Il mito della penetrazione mantiene o è una conseguenza del mito della complementarietà. La clitoride non è il corrispettivo femminile del pene.
Fa uscire dalla eterosessualità forzata, ma non costringe ad una omosessualità ideologica

La mia piccola clitoride, la mia grande gioia.
Affermare la clitoride è la fase della mia liberazione.

Labbra, né aperte né chiuse, né dentro né fuori. Giocano sul tra. Soglia che si può aprire e richiudere, senza limiti tra il fuori e il dentro. Non ha una forma. Ciclo che non si chiude, mai identico a niente. Si avvicinano senza prendersi. Ri-toccarsi delle labbra come piacere autonomo, fuori dalla logica del coito. Non dipende dal fallo, è fuori dalla sua economia sessuale.
(Guadagno da Luce Irigaray)


Amami clitoridea.
Amami autonoma.
Amami bambina.
Amami così come sono.

Cfr. Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, Scritti di Rivolta Femminile 1,2,3
Itinerario di riflessioni in AA.VV. Rivolta Femminile. È già politica, Scritti di Rivolta Femminile 8
Luce Irigaray, Questo sesso che non è un sesso, trad. it. Luisa Muraro, Feltrinelli, Milano 1978
Bruno Bettelhein, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli


Marzo, 2008
Daniela

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