Archive for dicembre 2007

Appello Dead Women walking

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Dead women walking

Il patriarcato da bar è il modo più semplice cha ha il simbolico patriarcale e maschilista di fare presa e di riprodursi all’interno del discorso comune, della chiacchiera riportata e non ragionata, dello stereotipo senza argomentazione e logicità. Tutto questo si ritrova nell’ultima idea di Giuliano Ferrara, quella di prendere adesioni per una grande moratoria sull’aborto. Ma nell’intento di aprire nuovamente questo discorso stantio c’è anche la malafede di coloro che fanno di ogni discorso un’arma politica contro l’avversario per cui, con il PD debole sulla bioetica e di fronte ad una bella figura internazionale del governo ottenuta con il voto all’ONU sulla moratoria per la pena di morte, Ferrara e altri hanno deciso di strumentalizzare l’aborto per aumentare i malumori nel governo e sperare in un cedimento sui nodi scoperti.
Siamo davvero stufe che i nostri corpi e le nostre vite vengano invase da discorsi opportunistici e di bottega. Ci appelliamo a Giuliano Ferrara perché rivolga la sua crociata altrove: mai pensato di diventare animalista? La questione della libera scelta della maternità non deve più essere argomento su cui imbastire lotte per poltrone e potere politico.
Utilizzare la moratoria sulla pena di morte per fare un parallelo con l’aborto è arrampicarsi sugli specchi. Infatti non c’è nesso logico tra una decisione che per legge uno Stato prende per togliere la vita di qualcuno che è nato ed ha diritti anche se ha commesso qualche grave delitto, e la decisione di una donna di far nascere, amare e crescere un figlio o di non poterlo fare per motivi che riguardano le sue singole e personalissime decisioni di vita e di coscienza. Già lo Stato italiano si è arrogato diritti di decisione per parte delle donne, ponendo limiti alla libera maternità attraverso le limitazioni imposte dalla 194 e con il diritto all’obiezione di coscienza, e decidendo per noi su quando e come avere dei figli o non averne. Si è raggiunto il paradosso della Legge 40 del 2004 con la quale lo Stato ha preso chiara posizione su come bisogna che noi donne abbassiamo la testa alle decisioni degli altri, a decisioni ideologiche e di principio, perché non possiamo scegliere liberamente di avere dei figli neanche in caso di problemi di sterilità.
Il femminismo italiano, come ha ricordato Adriana Cavarero intervistata da Il Foglio, ha già ribadito che sul corpo e sulla sessualità, sulle decisioni di vita delle donne non si deve legiferare, pertanto nessun appello ad un “diritto universale” a favore di ipotetici nascituri può permettersi di andare a contrastare con il diritto di autodeterminazione (autonomia) e di libera scelta che è tra l’altro anche uno dei fondamenti della bioetica, e che spetta a ogni donna. Il dibattito dovrebbe essere posto sul versante dell’etica della responsabilità che deve coinvolgere le donne e gli uomini in ogni parte del mondo, per una decisione matura rispetto alla nascita di un figlio che è un progetto di vita, un impegno fondamentale perché questo nuovo nato abbia possibilità di una vita felice e sviluppare tutte le sue potenzialità. E non funziona neppure l’argomentazione che vuole le donne vittime di una selezione delle nascite in paesi considerati meno civili di quelli europei, questa tragica piaga infatti non si vince con un’ipotetica imposizione statale alla nascita ma con il miglioramento delle situazioni economiche delle donne e con i diritti politici effettivi dati alle donne. Solo così e con una cultura dell’autodeterminazione le donne di questi paesi saranno libere di scegliere quanti figli avere, e solo se non saranno costrette a mandare le loro bambine a prostituirsi o a venderle come spose bambine, allora la nascita delle loro figlie sarà una gioia e non un dolore mortale.
Noi donne, di nuovo trattate pubblicamente come contenitore da maneggiare in talk show abbiamo ora il compito di gridare forte non solo il nostro NO a queste strumentalizzazioni. Dobbiamo pubblicamente rifiutare il ruolo di “dead women walking” che vogliono appiopparci, perché in questo gioco mediatico siamo noi le sottoposte a pena di morte simbolica.
In questa società nella quale il diritto alla vita è sempre più messo in pericolo, e non certo per le scelte della popolazione femminile ma semmai per la cultura scellerata maschilista che ci considera proprietà del marito, del fidanzato, del padrone, dello Stato, noi donne dobbiamo rivendicare la nostra responsabile autodeterminazione. Ci chiediamo infine come mai lo pseudo-neo-tomista Giuliano Ferrara non abbia invocato gli universalissimi principi della vita e della difesa degli innocenti quando volenterosamente il suo governo appoggiava – quella sì - la silenziosissima strage di innocenti in Afghanistan e Iraq. C’è da chiedersi infatti come mai il realismo politico di certi maschi rimanga tale per quanto riguarda la guerra – ultima e preziosissima ratio della politica di cui solo loro colgono l’essenza – e si trasformi in un melenso idealismo che difende i feti quando si tratta del corpo femminile. Ferrara – e molti uomini con lui - è realista e cinico quando si tratta delle bombe in Iraq, diventa idealista e mistico quando si tratta del corpo delle donne.
Che dire infatti di quei bambini carbonizzati dalle bombe al fosforo bianco lanciate sull’Iraq dagli aerei americani: innocenti forse non lo erano più per il fatto di essere venuti al mondo dalla parte sbagliata? Perché ci fu il silenzio, allora, su quella vera e propria strage di innocenti - vivi e coscienti - avallata dall'occidente? Quello è sì uno dei tanti crimini contro l’umanità passati sotto silenzio per il quale le madri gemono e continueranno, inascoltate, a gemere.

Monia Andreani, Olivia Guaraldo, Francesca Palazzi Arduini, Emma Schiavo

Per adesioni manda una mail a: andremonia@genie.it

Non siamo antipolitiche ma radicali

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NON SIAMO “ANTIPOLITICHE”, MA RADICALI
di Daniela Amato, Donatella Coppola, Fabiola Correale, Flavia D’Angeli da Liberazione del 2 dicembre 2007

Dire in poche righe cosa abbia espresso una manifestazione così partecipata, attiva, plurale, come quella del 24 novembre, non è possibile. Le tantissime donne, con diverse esperienze politiche, sociali, territoriali, che hanno risposto all’appello controviolenzadonne.org hanno riconosciuto validità, senza necessariamente condividerlo in toto, al percorso che ci ha portate, in tante e diverse, a costruire l’appuntamento di sabato scorso, la sua piattaforma, le sue modalità. Un tratto, però, ci è sembrato emergesse in maniera evidente e unificante da quella piazza: la denuncia dell’insopportabilità delle condizioni di vita cui sono costrette le donne e la critica alle misure proposte fin qui dal governo, in particolare al pacchetto sicurezza.
Lo striscione delle donne rom che recitava “noi stiamo con Emilia, la donna rom che ha denunciato l’assassino di Giovanna” esprimeva nella maniera più chiara possibile un sentimento diffuso di netta opposizione alla campagna razzista delle scorse settimane che ha preso in ostaggio il corpo delle donne, mascherando la realtà di una violenza che si perpetua principalmente tra le nostre, italianissime, mura domestiche. A questa radicalità di contenuti la manifestazione accompagnava una forte diffidenza verso ogni tentativo di strumentalizzazione politica, tanto di destra quanto di “governo”. A chi ci ha definito “oche, cretine, stupide” non vale molto la pena rispondere, se non nelle modalità pacifiche ma determinate con cui abbiamo fatto sabato sera riprendendoci un palco che era stato calato letteralmente sulle nostre teste. A chi invece, in maniera un po’ più fine, ci accusa di antipolitica, settarismo, minoritarismo, crediamo giusto rispondere che se per politica si intendono i giochi di palazzo che sacrificano sull’altare delle mediazioni di governo l’estensione dei diritti civili alle coppie omosessuali (in nome della “sacrosanta” famiglia naturale che abbiamo detto essere la culla della violenza sulle donne); la cancellazione di una legge vergognosa come quella sulle Pma; la difesa “senza e senza ma” della legge 194…allora forse un po’ di antipolitica farebbe bene a molte e molti. A noi sembra, invece, che le donne che erano in piazza abbiano, anche simbolicamente, rifiutato quella politica per rivendicarne una molto più genuina, fatta del protagonismo dei soggetti reali, della radicale critica ad un modello sociale e culturale oppressivo e violento, patriarcale. Alcune, dall’alto della propria esperienza storica nel movimento femminista, ci hanno “bacchettato” sulle dita (con una modalità paternalista di relazione con una nuova generazione di donne) perché non avremmo capito che una manifestazione di donne dovrebbe accoglierle tutte, senza distinzioni di schieramento politico. Noi, invece, non crediamo ad una riduzione biologica del “femminile”, rivendichiamo la legittimità di sviluppare una soggettività politica che sappia criticare donne che, come la Prestigiacomo, non sembrano soffrire particolarmente il proprio leader di partito che si permette di dire «Anna Finocchiaro è brava…anche se donna», che al governo ha prodotto la legge 40, che ha sostenuto appieno il Family Day. Una soggettività politica che sa rifiutare la delega in bianco ad altre donne, comodamente installate in posizioni di potere, che nulla (o quasi) fanno per denunciare le complicità di questo governo con l’offensiva familista, reazionaria, razzista che travolge in primo luogo le donne. Le ministre, peraltro, hanno tranquillamente potuto sfilare nel corteo senza che nessuna pensasse di allontanarle, ma non potevano né dovevano arrogarsi il diritto di parlare a nome e per conto delle centomila donne che erano in piazza, riproducendo una modalità davvero maschile e violenta di relazione con altre donne a difesa di un governo che continua a smantellare i servizi sociali, ad imporre la precarietà a vita, a tagliare le pensioni, intervenendo quindi direttamente, e drammaticamente, sulla vita delle donne.In questo contesto la scelta di organizzare una manifestazione di “donne per le donne”, che pure non va assolutizzata ne espunta dal confronto e dalla discussione sulle diverse pratiche che ci attraversano, ci è sembrata particolarmente appropriata ed utile. A chi, di nuovo, ci dice che non vogliamo confrontarci con gli uomini, che pensiamo di vivere ed agire in un’isola felice di sole donne oppure che ci chiudiamo in un ghetto, rispondiamo che non è scritto da nessuna parte che confrontarsi, interloquire, progettare insieme un mondo diverso e migliore, debba necessariamente e sempre significare la delega agli uomini dei nostri percorsi politici. Coscienti che solo con un po’ di sana conflittualità da parte delle donne, gli uomini, anche i più coscienti, cominceranno a fare davvero i conti con una nuova modalità di relazione che non sia basata sul potere e sul possesso. Anche scendere in piazza come donne ha molto da dire agli uomini, se solo volessero e sapessero ascoltare. Sabato in piazza eravamo tantissime, diverse, felici, ma anche determinate a difendere il bene prezioso del movimento delle donne da ogni tentativo di strumentalizzazione e di decisione politica sulle nostre teste. Coscienti che non sarà dalla politica di palazzo che verrà la riposta ai nostri bisogni, ma dal protagonismo e dalla mobilitazione di tutte noi.

Appello manifestazione 24 novembre

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Care amiche,
è necessario e urgente organizzare quanto prima una manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne.
La vita di molte ragazze e di molte donne continua a essere spezzata, le loro capacità intellettive e affettive brutalmente compromesse. Il femminicidio per ‘amore’ di padri, fidanzati o ex mariti è una vergogna senza fine che continua a passare come devianza di singoli. Il tema continua a essere trattato dai mezzi di informazione come cronaca pura, avallando la tesi che si tratti di qualcosa di ineluttabile, mentre stiamo assistendo impotenti ad un grave arretramento culturale, rafforzato da una mercificazione senza precedenti del corpo delle donne.
I numeri, lo sappiamo tutte, sono impressionanti:
- Oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica, sessuale e psicologica nella loro vita.
- La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7% degli stupri) o dall’ambito familiare
- Oltre il 94% non è mai stata denunciata. Solo nel 24,8% dei casi la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto, mentre si abbassa l'età media delle vittime:
- Un milione e 400mila ha subito uno stupro prima dei 16 anni.
- Solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un ‘reato’, mentre il 44% lo giudica semplicemente ‘qualcosa di sbagliato’ e ben il 36% solo ‘qualcosa che è accaduto’. (dati Istat)
La violenza sulle donne è accettata storicamente e socialmente. Viene inflitta senza differenza di età, colore della pelle o status ed è il peggiore crimine contro l’umanità. Quello di una parte contro l’altra. La politica e le istituzioni d’altro canto continuano a ignorare il tema pubblicamente.
Senza una battaglia culturale che sconfigga una volta per tutte patriarcato e maschilismo, non sarà possibile attivare un nuovo patto di convivenza tra uomini e donne che tanto gioverebbe alla parola civiltà.
Una grande manifestazione nazionale dove tutte le donne possano scendere di nuovo in piazza a fianco delle donne vittime di violenza e per i diritti delle donne, può e deve riportare il tema al centro del dibattito culturale e politico.
Ma è importante sapere quante siamo, perché per farci sentire dovremo essere in molte.

Benazir di Francesca

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BENAZIR colei che non è mai stata vista così
Ho cercato Benazir tra la folla.Ho cercato i suoi lunghi capelli splendenti alla luce del sole, leggeri e morbidi più della seta.Ho cercato i suoi occhi che contenevano il vivo fuoco della passione come in nessun altra donna avevo mai visto.Ho cercato la sua bocca, le sue labbra capaci di ardente poesia e passionale durezza.Ho cercato il suo viso dalla pelle perfetta e dai lineamenti armoniosi.Ho cercato il suo bellissimo seno, vibrante di grazia.Ho cercato le sue lunghe mani ammaliatrici e dalla stretta eterna.Ho cercato le sue gambe sinuose e forti che la portavano lontano, sempre.L'ho cercata in ogni donna che ho incontrato, in ogni sogno e in ogni illusione.A volte mi sembrava di scorgere un suo particolare e allora l'estasi e il terrore per un attimo mi paralizzavano. Solo poi iniziavo a correre ma lei era già lontana.Finché ho smesso di cercarla.E solo allora l'ho trovata.Ho trovato i suoi capelli nei capelli spettinati dal gioco di una bambina, nei capelli tinti dalla voglia di apparire o di cambiare, nei capelli grigi per le prove di una vita.Ho trovato i suoi occhi negli occhi di ogni donna che lotta per l'affermazione di sé e di quelli che ama, per i diritti di ogni più piccolo essere, negli occhi di ogni donna desiderosa di vivere.Ho trovato la sua bocca e le sue labbra nelle parole che le donne pronunciano con il cuore, in parole di gioia e di dolore, in parole di passione.Ho trovato il suo viso nei visi ancora irregolari delle neonate, nei visi intrisi di timidezza delle adolescenti, nei visi raggianti di gioia e rigati dal dolore, in visi perfetti di bambola e in visi deformati dalla malattia, soprattutto nei visi solcati dalle rughe.Ho trovato la grazia del suo seno nelle donne che lo nascondono o lo esibiscono, piccolo o grande che sia.Ho trovato le sue mani in ogni carezza e in ogni schiaffo, in ogni lavoro e in ogni preghiera di donna.Ho trovato le sue gambe nelle gambe di chi cammina per camminare, per correre, per andare spinta dal dovere, dal piacere, dalla voglia di volare.Ho trovato Benazir nel cuore di ogni donna.Ho trovato Benazir in ciò che ogni donna è, in ciò che è stata, in ciò che può essere, perchè ogni donna ha la capacità di essere come non èmai stata vista.

Benazir di Valentina

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Ho sentito parlare di una ragazza, giovane, più omeno della mia età, ho sentito di lei cose belle, cose che ti fanno venire voglia di ripercorrere i suoi passi o meglio ancora di percorrere la tua vita accanto alla sua.
Insomma lei sa come vivere, cioè sa lasciarsi vivere, sa vivere con e attraverso gli altri, non si impone, si relaziona, da questa relazione nasce sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che si nutre dell'esperienza vissuta di chi sta parlando e diventa un terzo, un qualcosa che non è più suo nè tuo, nè mio, è semplicemente altro.
Di lei dicono che sia bella, dicono che la sua bellezza traspaia, sa lasciarsi gurdare, mantenendo per sè il segreto, quel segreto che diverso e diversamente, in fondo, sta in ognuno di noi. Il segreto è quello che agli altri proprio non riesci a dire, l'indicibile che gli altri non possono sentire, l'irrappresentabile che non si lascia vedere. Benazir non t'illude d'essere completamente esposta, non è un vaso che si lascia riempire è appunto quel segreto che si lascia contemplare, desiderare, è una donna inconfondibile è quella che è, irridicibile ad altro, ma tuttavia è dall'altro che è nata, dalla relazione che si racconta che ci si racconta.
Deve essere davvero bella Benazir, è come lei che vorrei essere, anzi è l'esempio che vorrei seguire per poter diventare io, diventare me stessa senza confondermi con il mio ego e senza nemmeno lasciare che gli altri mi travolgano.
A dirla tutta, anche se ho visto tratti di lei negli occhi di alcune donne, Benazir non la conosco. una donna così non l'ho ancora mai vista

Donne NO DAL MOLIN

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documento stilato dalle donne NO DAL MOLIN!!!

“L’azione su se stessi, l’azione sugli altri,consiste nel trasformare i significati”Simone Weil, Quaderni, IVDa un anno camminiamo insieme e in questo percorso comune siamo cambiate.Si è modificata la scansione del tempo quotidiano,siamo uscite dalle case e dai luoghi dilavoro e abbiamo cominciato a mobilitarciper difendere il nostro territorio, minacciatodal progetto di costruzione di un’altra base diguerra.La nuova base militare americana devasterebbeun ambiente ora verde, sconvolgerebbe lafisionomia del paesaggio e il nostro stessofuturo.Le nostre storie sono diverse, così come lenostre età: siamo lavoratrici e casalinghe, studentessee insegnanti, precarie e pensionate.Ci muoviamo in contesti molto diversi: franoi ci sono attrici, impiegate, animatrici, artiste,operaie, donne che vengono da lungamilitanza politica e donne nuove a questo tipodi esperienza.Al nostro interno si incrociano le generazioni,perché ci sono madri, figlie, nonne; ci sonoitaliane e donne straniere, e vicentine e donneche provengono da regioni diverse, portatricidi differenti modelli culturali.Tutte queste differenze costituiscono la nostraricchezza.Infatti all’interno delle differenze, durante ilnostro percorso abbiamo scoperto una specificità:la nostra determinazione a resistere sialimenta di una forza che alcune di noi conosconobene, che appartiene al genere femminilee si consoliderà perché è caratterizzata daun desiderio tenace di perseverare e di espandersi.La scelta della lotta implica per noi, insiemealla determinazione nel promuovere le azioniinsieme a tutto il movimento, anche unadisponibilità a prenderci cura dello spazio ilnostro e quello delle altre e degli altri, illuogo fisico in cui sorge il presidio, la tenda ela terra circostante, per noi luogo emblematico,luogo in cui si è generato, si sviluppa e siconfronta il pensiero.La disponibilità a prendersi cura dello spaziocomune non è per noi un aspetto riduttivo,un’attività marginale, perché questo lavoro dicura permette poi a tutti e a tutte di sentirsiaccolti in uno spazio all’interno del quale sicostruiscono i progetti e le azioni di tutto ilmovimento che qui converge.Lavorare insieme per un obiettivo comune ciha rese consapevoli di una forza che avevamopotenzialmente, che si esprime con voce piùforte e che cresce nel camminare insieme.La caratteristica che ci accomuna è il desideriodi riflettere e di lavorare anche su di noi esulla nostra emotività: di non avere paura, avolte, di dire che si ha paura, perché le nostrepaure sono accolte e contenute dalle altre; diparlare anche delle nostra fragilità; di valorizzarele emozioni, dare voce all’entusiasmo,ma anche al dubbio, dare legittimità all’indignazione,alla rabbia… perché tutto questo faparte della passione che alimenta la ribellionee dà forza alla lotta per il futuro.Come donne, in quanto generatrici del vivere,guardiamo il mondo con la testa ma anche esoprattutto con il cuore. Con questo atteggiamentosiamo riuscite a costruire un agire solidalee a disegnare una prospettiva comune nelsegnare/tracciare la strada della pace.Lo stare insieme ci ha aiutate ad allargare losguardo su tutti gli aspetti della realtà, ci harese consapevoli della guerra globale, ci harese più capaci nell’analisi delle strategie chestanno dentro al progetto di militarizzazionemondiale.Attraverso il confronto siamo passate dall’intuizionea una migliore comprensione delgioco di potere che si svolge sopra le nostreteste per il controllo delle risorse, alla consapevolezzadella lotta feroce che è in atto,mascherata dalla cosiddetta “politica del sorriso”,per l’egemonia degli USA sulla scenamondiale.Noi non vogliamo essere complici di chi utilizzala guerra come strumento per affermarela propria visione del mondo, per accaparrarsile risorse del pianeta, di chi porta distruzionee morte nei Paesi più diversi in nome di unmodello, per molti astratto, di democrazia.Con le nostre pentole, le nostre bandiere, conun vaso di terra in mano, abbiamo contribuitoa far emergere le contraddizioni dell’amministrazionecittadina e della politica nazionale.La nostra mobilitazione ha coinvolto altrerealtà femminili che difendono i valori chestanno alla base di una diversa qualità dellavita, abbiamo messo in primo piano i valoridella pace e della salvaguardia del territorio edell’ambiente, anche altrove.Noi non vogliamo rimanere fra le persone chedicono che questa vicenda non le riguarda:noi ci sentiamo personalmente coinvolte, ciassumiamo la responsabilità delle nostre scelte,continueremo la lotta per la difesa e l’affermazionedei nostri valori, per impedire cheil nostro mondo venga stravolto, e per mettereal mondo, invece, un progetto che sicostruisce nel percorso comune.“Non ha alcuna importanza che li si chiamiincontri di testimonianza o di scambio spiritualecome è stato nel movimento per i diritticivili; gruppi di autocoscienza come è statoall’esordio del femminismo contemporaneo;circoli di donne o nidi d’ape, come è statonella storia del movimento delle donne; oinfine cellule rivoluzionarie, consigli delleanziane o “gruppi di amarezza” come è statoper movimenti e culture diversi dai nostri.La cosa che veramente conta è che siano liberi,non più grandi di una famiglia allargata,personali/politici ed estesi ovunque”Gloria Steinem, AutostimaGruppo donne del Presidio

Barbari rumeni e italici o maschi?

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BARBARI RUMENI E ITALICI. O MASCHI?
di Gigi Malabarba
La prima causa di morte e di invalidità permanente nel mondo è data dalla violenza degli uomini. Non lo dice solo la 'Marcia mondiale delle donne contro la violenza e le povertà', che da oltre dieci anni mobilita donne di tutti i continenti contro il patriarcato. Lo dice l'Onu, con dati agghiaccianti: è un massacro quotidiano ad opera di mariti, padri, fratelli e fidanzati. Ossia consumato dentro le mura domestiche.
L’efferata violenza di un giovane rumeno contro una donna in una periferia romana è stato il fatto scatenante per mettere sul banco degli imputati un intero popolo e per emanare un editto di espulsione di cittadini comunitari da parte di un Consiglio dei Ministri, convocato in un clima di emergenza e di furore securitario. Naturalmente si sottace che è stata una donna rumena a denunciare il violentatore. Naturalmente è stata completamente cancellata la notizia che, poco dopo, un cittadino italiano aveva dato fuoco alla sua convivente sudamericana. Naturalmente nessuno si ricorda più di chi ha commesso i delitti di Erba e, presubilmente, di Garlasco. Naturalmente. Si finge di non vedere quel che avviene in casa o nelle sue dirette prossimità. Dagli al rumeno o al rom e speriamo di strappare consensi elettorali tra le pulsioni irrazionali di persone che, a torto o a ragione, si sentono insicure e minacciate! Un bel servizio realizzato recentemente da Canale 5 ci mostrava qualcosa di poco conosciuto in Italia: in Romania – dove, detto per inciso, il problema rom semplicemente non esiste, nonostante gli 'zingari' costituiscano una minoranza assai consistente – c’è un problema assai grave di 'criminalità italiana'. Lo confermano dirigenti d’azienda italiani con interessi in quel paese, giustamente preoccupati per un’immagine negativa dell’Italia, data la dilagante presenza mafiosa in Romania, che ammazza, sfrutta, traffica e ricatta in proporzioni industriali. E contro la temuta 'invasione' romena dopo l'ingresso nell'Unione europea, si chiariva che è in atto anzi un ritorno in patria, data la forte richiesta di manodopera frutto dell'espansione produttiva in corso. Le autorità di Bucarest, ben consce della differenza tra i cittadini italiani e i clan della criminalità organizzata, non si sono mai appellate al nostro governo aizzando la popolazione contro gli italici barbari. Cosa che invece è avvenuta qui da noi con il decreto lampo del governo. La donne che scenderanno in piazza a Roma il 24 novembre contro la violenza hanno chiesto a chiare lettere di non utilizzare le donne per colpire stranieri e migranti con misure xenofobe. Altrimenti, logica vorrebbe che cacciati dalle frontiere dovrebbero essere in primo luogo i maschi italiani. Associazione Sinistra Critica

Testo Pdl3

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PDL N. 3
Regolamentare le iniziative mirate all’informazione sulle possibili alternative all’aborto

Art.1.- Pubblicità
1. In ogni consultorio e nei reparti di ginecologia e ostetricia a finalità informativa deve essere esposto ben in vista il materiale informativo dei movimenti e delle associazioni legalmente riconosciute aventi come finalità l’aiuto alle donne in difficoltà orientate all’interruzione di gravidanza, sui rischi sia fisici che psichici a cui si espone la donna con l’interruzione di gravidanza e le possibile alternative all’aborto.

Art.2. – Divulgazione e informazione
1. Ai Movimenti e/o associazione di cui all’articolo 1 viene concesso di espletare il loro servizio di divulgazione e informazione nei consultori familiari,nei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d’aspetto e atri degli ospedali.

Art. 3 –Vigilanza
1. I direttori sanitari delle Asl e delle Aziende ospedaliere devono vigilare sul rispetto della legge.
2. Saranno prese sanzioni per chi dovesse negare o intralciare l’operato dei movimenti e/o associazioni di cui all’articolo 1 fino a revocare la pratica degli interventi di aborto volontario nelle strutture inadempienti.
3. Per chi dovesse negare o intralciare l’operato dei movimenti e/o associazioni di cui all’articolo 1, sono applicabili sanzioni da 500 a 5000 euro; l’eventuale reiterazione comporta la revoca della pratica degli interventi di aborto volontario nelle strutture inadempienti.

Risposta Pdl3

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Perché una donna rimane incinta senza volerlo? Non porci questa domanda ci costringe a dare una risposta che forse non vorremmo: l’aborto. (In ‘Sessualità femminile e aborto’ Rivolta Femminile nel ’71 scrive: “Le donne abortiscono perché restano incinte. Ma perchè restano incinte? È perché risponde a una loro specifica necessità sessuale che effettuano rapporti con il partner in modo tale da sfidare il concepimento? La cultura patriarcale non si pone questa domanda poiché non mette dubbi sulle leggi ‘naturali’. Evita solo di chiedersi se in questo ambito ciò che è ‘naturale’ per l’uomo lo è altrettanto per la donna: lo dà per scontato e difende con ogni mezzo la sessualità dell’uomo patriarcale come sessualità ‘naturale’ per entrambi uomo e donna.
Ma noi sappiamo che quando una donna resta incinta e non lo voleva, ciò non è avvenuto perchè lei si è espressa sessualmente, ma perchè si è conformata all’atto e al modello sessuale sicuramente prediletti dal maschio patriarcale, anche se questo poteva significare per lei restare incinta e quindi dover ricorrere ad una interruzione di gravidanza. [...] Il piacere imposto dall’uomo alla donna conduce alla procreazione ed è sulla base della procreazione che la cultura maschile ha segnato il confine tra sessualità naturale e sessualità innaturale, proibita o accessoria e preliminare. [...] In un mondo costretto alla contraccezione e all’anti-procreazione noi dobbiamo assolutamente intervenire con la coscienza che la natura ci ha dotate di un organo sessuale distinto dalla procreazione e che è sulla base di questo che noi troveremo la nostra autonomia dall’uomo come nostro signore e dispensatore delle voluttà alla specie inferiorizzata, e svilupperemo una sessualità che parta dal nostro fisiologico centro del piacere, la clitoride.”)
Dire solo sì all’aborto senza rimettere in discussione il modello sessuale mantiene lo stato di cose come è. Ci dà solo l’illusione di poter scegliere quando invece siamo ancora succubi di un modello sessuale maschile. È per questo importante slegare l’atto erotico-sessuale dall’atto procreativo. Rimettere in discussione il coito come unica possibilità di espressione sessuale. Il sospetto è che il coito sia stato imposto perché procreativo. La sua assolutizzazione risponde solo al desiderio maschile, tanto più che il coito non corrisponde necessariamente all’orgasmo di lei. (Per fare un figlio non serve provare piacere). Il nostro piacere è complesso, vario e multiforme. Non si può ridurlo alla vagina. Abbiamo bisogno di ritrovarci per pensare la nostra sessualità in modo autonomo e libero. Fare autocoscienza per non farsi descrivere da altri, ma a partire da sé. Costringerci a scegliere la vagina come unico luogo di piacere ci rende impotenti perché il nostro piacere è molteplice. (Luce Irigaray in ‘Questo sesso che non è un sesso’ scrive: “La donna ha dei sessi un pò dovunque. Gode un pò dappertutto.” E ancora: “Quello che avrebbe potuto, dovuto sbalordire nella sessualità femminile, è la pluralità delle zone erogene genitali, volendo usare questo termine.”) Se non scopriamo il nostro corpo, il piacere che ci può dare senza rimanere incinte l’aborto non sarà altro che una conferma della nostra sudditanza. Ci interessa l’aborto quando non abbiamo coscienza della nostra sessualità o restiamo incinte perché ignoriamo la pluralità del nostro piacere? Identificare la propria lotta con quella per l’aborto relega, quindi, la donna nel sesso oppresso e riconferma la sua oppressione. Perché l’80% delle donne va da sola ad abortire? È un segno di libertà? Il problema dell’aborto apre così contraddizioni irrisolte e sottaciute, come il rapporto uomo-donna. Perché l’uomo non pensa l’aborto anche come un suo problema? Perché non si chiede: “Come mai ho costretto una donna a restare incinta senza volerlo?” Perché lei non è riuscita a dirgli quello che voleva? Domandiamoci perché anche gli uomini più progressisti hanno difficoltà a mettere in discussione il modello sessuale imposto (il coito).
Inoltre l’identificazione di cui parlavo prima esclude una parte di donne che vivono una sessualità imprevista, le lesbiche. (Il gruppo Soggettività Lesbica scrive: “Per noi lesbiche emerge allora l’inquietante sensazione di tornate ad essere invisibili nel ‘riemerso’ movimento delle donne, preso da una priorità - la difesa della legge 194 – che nei suoi effetti strettamente pratici potrebbe non riguardarci.
Siamo consapevoli invece che l’attacco a questa legge ci riguarda in quanto tentativo di riaffermare il controllo sul corpo delle donne e sul loro desiderio. E questo avrebbe una forte ricaduta anche sul nostro vivere quotidiano. In una cultura che cancella i corpi e le soggettività nella pretesa di legiferare in nome di astratte verità universali, per una lesbica sarà ancora più difficile vivere liberamente la propria sessualità.”) Credo sia utile non dividerci tra lesbiche e etero perché perdiamo forza, facciamo il loro gioco, ancora l’uomo come parametro, a chi piace e a chi non piace.
Chiedere l’aborto libero non significa rinnegare la possibilità della maternità, ma la maternità non può essere imposta. Costingere una donna ad una gravidanza indesiderata è un atto di violenza fatto sotto più punti di vista, ma innanzitutto rinnega la sua identità rendendola solo mezzo procreativo. Una donna non si identifica con una madre. Di fronte ad una donna che abortisce noi intravediamo una storia di sofferenza, le siamo vicine senza giudicarla. I movimenti di cui parla il pdl3 vogliono giudicare e puntare il dito, hanno un che di paternalistico. Se essere costrette all’aborto (nessuna credo voglia affrontare questa scelta) non ci rende libere non è inutile, per non dire crudele, colpevolizzare attraverso presunti aiuti da parte di associazioni confessionali antiabortiste? Così non le si dà il colpo di grazia? Come si può fare ideologia di fronte ad una donna che sta soffrendo?
Daniela Pietta

Luce Irigaray

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QUANDO LE NOSTRE LABBRA SI PARLANO

[...]
Se noi continuamo a “parlare il medesimo”, se ci parliamo come gli uomini si parlano da secoli, come ci hanno insegnato a parlare non ci incontreremo.[...] L’involucro è appropriato, ma non è il nostro. Involtate, o violate, nei nomi propri. Non il tuo nè il mio. Noi non ne abbiamo. Cambia, ogni volta che ci scambiano, a seconda che ci usano. Dicono che siamo vogliose d’essere così mutevoli, permutabili da loro.
Come toccarti se tu non ci sei?[...] Loro possono parlarsi, anche di noi. Ma noi? Esci dal loro linguaggio. Prova a riattraversare i nomi che ti hanno dato. Ti aspetto, mi aspetto. Ritornano. Non è difficile. Rimani qui e non astrai in scene già recitate, in frasi già dette e ridette, in gesti già conosciuti. In corpi già codificati. Cerchi di stare attenta a te stessa. A me. Senza lasciare distrarti dalla norma, o dall’abitudine.
[...]
Luminose, noi. Senza una, nè due. Non sono mai riuscita a contare. Fino a te. Saremmo due secondo i loro calcoli. Due, veramente? Non è da ridere? Strano due. Però non una. Soprattutto non una. L’uno, che se lo tengano. Il privilegio, il dominio, il solipsimo dell’uno: anche del sole. E la strana suddivisione delle loro coppie, dove l’altro è l’immagine dell’uno. Immagini soltanto. Andare verso l’altro è come essere attratti dallo specchio.
[...]
Dovremmo essere- già questo è troppo- delle indifferenti.
Indifferente, rimani calma, se ti muovi, disturbi il loro ordine. Fai cadere tutto. Rompi il giro delle loro abitudini, il circuito dei loro scambi, del loro sapere,del loro desidero. Del loro mondo. Indifferente, non devi muoverti né commuoverti, se non sono loro a chiamarti.
[...]
Dunque, noi saremmo indifferenti. Non ti fa ridere? Almeno così di primo acchito? Indifferenti, noi? [...]Non differenti, è vero. Insomma... e quel “non” che ci separa ancora per misurarci. Così disgiunte, nessun noi. Simili? Se si vuole. Un pò astratto. Non capisco bene: simili. Tu capisci? Simili agli occhi di chi? In funzione di che cosa? Quale unità di misura? Quale terzo termine? Mi tocco, mi basta per sapere che sei il mio corpo.
Ti amo: le nostre due labbra non possono separarsi per lasciar passare una parola. Una parola che direbbe te o me. O: uguali. Chi ama, chi è amata. Esse dicono – chiuse e aperte, senza che l’una escluda mai l’altra – l’una e l’altra si amano. Insieme. Per produrre una parola esatta, dovrebbero tenersi scostate,. Nettamente scostate l’una dall’altra. Distanti l’una dall’altra, e tra loro una parola. Ma da dove verrebbe questa parola? Tutta corretta, ben fatta. Neanche una fessura.. Tu. Io. C’è di che ridere... senza fessura, non sarebbbe più te nè me. Senza labbra, non sarebbe noi.
[...]
Ti amo – e che mi importano là dove ti amo le discendenze dei nostri padri e i loro desideri di sembianze d’uomo. E le loro istituzioni genealogiche - né marito né moglie. Nessuna famiglia. Nessun personaggio, ruolo, funzione – le loro leggi riproduttive. Ti amo: il tuo corpo là qui ora. Io/tu ti/mi tocchi, può bastare perché ci sentiamo vivere .
Apri le tue labbra, non aprirle semplicemente. Non le apro semplicemente. Tu/io non siamo né aperte né chiuse. [...] Esse non si distinguono. Non significa che si confondano. Non ci capite niente? Neanche loro capiscono voi.
[...]
Parla ugualmente. Che il tuo linguaggio non abbia un filo unico, un’unica sequenza, un’unica trama, è la nostra fortuna. Viene da ogni parte. Mi tocchi in ogni parte. In tutti i sensi. Un canto, un discorso, un testo tutti in una volta, perché? Per sedurre, colmare coprire uno dei miei “buchi”? Non ne ho con te. Le crepe, i vuoti che invocherebbero dall’altro sussistenza, pienezza, completezza, non siamo noi. Che per le nostre labbra siamo donne, non vuol dire che mangiare, consumare, riempirci sia quello che cerchiamo.
Baciami. Due labbra baciano due labbra: l’aperto ci è reso. Il nostro “mondo”. Tra noi il passaggio da dentro a fuori, da fuori a dentro, non ha limiti.[...] Insoddistatte noi? Sì, se vuol dire che non siamo mai finite. Che il nostro piacere è di muoverci, commuoverci, continuamente. Sempre in movimenti: l’aperto non si esaurisce né si riempie.
[...]
Tu/io si sdoppia dunque per piacere loro. Ma così divise in due – una fuori, una dentro- tu non ti baci più. Non mi baci più. Fuori cerchi di conformarti ad un ordine che ti è estraneo.
[...] Non c’è, tra noi, nessuna rottura tra vergine e non vergine. Nessun avvenimento che ci farebbe donna. Molto prima di nascere già ti tocchi, innocente. Il sesso del tuo/mio corpo non ci viene da un operazione. [...] Senza interventi o manipolazioni particolari sei già donna. [...] Secondo [la loro economia] essere vergine significa non essere ancora contrassegnata per e da loro.Non ancora (resa) donna da e per loro. [...]
Come dirlo? Che noi siamo donne subito. Non abbiamo da esser rese tali, nominate per tali, consacrate e profanate come tali, da loro.Lo eravamo già , era già successo prima, senza il loro lavoro. [...] la loro patria, con famiglia, focolare e discorso, ci imprigiona tenendoci al chiuso e impedendoci di muoverci.[...] Le loro parole, il bavaglio delle nostre labbra.
Come parlare per uscire dai loro recinti, schemi, dalle loro distinzioni e opposizioni: vergine/deflorata, pura/impura, innocente/maliziosa...[...] Come sgusciare, vive, dalle loro concezioni?
[...]
Mentre le nostre labbra tornano rosse. Si muovono, vogliono parlare. Stavi dicendo? Cosa? Niente. Tutto. Sì. Abbi pazienza. Dirai tutto. Comincia con quello che senti, adesso, subito. Il tutto verrà di seguito.
[...]
L’erezione non è affare nostro: stiamo così bene sulle spiagge. Abbiamo tanti spazi da distribuirci .
[…] Il cielo non è lassù è tra noi.
Perchè parlare, mi dirai tu? Sentiamo le stesse cose nello stesso momento.
[...]
Se non inventiamo un linguaggio, se non troviamo il suo linguaggio, il nostro corpo avrà troppo pochi gesti per accompagnare la nostra storia.
[...]
Il tuo corpo ricorda non occorre che tu ricordi.
[…]
Sii quello che diventi, senza attaccarti a quello che avresti potuto essere, a quello che potresti essere. Senza essere mai fissata. Lasciamo le cose decisive agli indecisi. Noi non abbiamo bisogno del definitivo.[…]la loro “verità” ci immobilizza, ci pietrifica, se non ce ne distacchiamo.
[...]
Parla ugualmente. Tra noi il “duro” non è necessario. Conosciamo abbastanza i contorni dei nostri corpi per amare la fluidità.
[...]
Bisogna proprio che impariamo a parlarci per riuscire a baciarci da lontano.
[...]
Non piangere un giorno riusciremo a dirci. E quello che diremo sarà più bello delle nostre lagrime.
Fluidissime.
[…]
Tu non sei in me. Non ti contengo né ti trattengo: nel mio ventre, tra le mie braccia, nella mia testa.[…] Sei lì, come la vita della mia pelle. […] Che tu viva mi fa sentir vivere, purchè tu non sia né la mia replica né la mia imitazione.
[…]
Sei sempre commossa per la prima volta, non ti immobilizzi in nessuna forma di ritorno. […]
Senza modello, senza unità di misura, non diamoci mai ordine[…]
Voglio restare notturna e ritoccare in te la mia notte. Dolcemente luminosa.
[…]
Nonostante le molte costrizioni artificiali di spazio e di tempo, io –continuamente- ti abbraccio. Che gli altri ci facciano feticci, per serararci, è affare loro. [...]
E se tante volte insisto: non, né, senza... è per ricordarci che noi non ci tocchiamo se non nude. E che per ritrovarci così, abbiamo molto da svestirci. Da tante rappresentazioni e apparenze, che ci allontanano l’una dall’altra. Ci hanno così a lungo avvolte secondo il loro desiderio, ci siamo così spesso agghidate per piacere loro, che abbiamo dimenticato la nostra pelle. Fuori dalla nostra pelle, restiamo distanti.
Tu ed io scostate.
[...]
Luce Irigaray

Benazir Ludmila

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Viveva in una regione dispersa della Persia, era una ragazzina abbastanza vivace ma nello stesso tempo molto introversa, in quell' età nella quale la voglia di indipendenza ed autonomia è forte ma si sente la fragilità ed innocenza di quell' infanzia che non vuole andarsene.Viveva in una comunità lontana da ogni forma di modernità soggetta spesso ad aggressioni da parte di altre comunità nomadi che la lasciavano con ferite che nemmeno le tempeste di sabbia potevano cancellare.
Un giorno, dopo l'ennesimo saccheggio, lei, nascostasi in una tana, sopravvissuta così all'attacco, uscì convinta che questa non sarebbe stata la sua condizione.Si fece coraggio e da sola si incamminò.Forse non fu una scelta pensata in passato ne in quel momento ma uscì e cominciò a camminare come se quella via lunga e senza meta fosse l'unica strada percorribile in quell' istante.
Dopo un lungo viaggio costellato da pensieri, caldo, sogni, paure, terra, arrivò ad una città che già da lontano mostrava di essere tale con i suoi rumori che sembravano dire in continuazione "Siamo parte di questo mondo, Dio ci tiene in considerazione".
Entusiasta di questa nuova dimensione iniziò a conoscerla con quella curiosità tipicamente infantile, con quegli occhi spalancati e lucidi che non credono a quello che vedono.Ogni giorno nelle vie polverose di Afsoon c'era il mercato con venditori esasperati che schiamazzavano dietro le bancarelle, con mille colori dei più disparati, con diversi odori nauseanti ed inebrianti.
Le sue giornate le trascorreva in giro e dopo un pò di tempo imparò le regole del "gioco", il linguaggio della strada.
La notte tornava nella sua casa, due pareti ed un tetto che la proteggeva dalle intemperie e sotto il quale poteva immaginarsi uno spazio tutto suo.Quando calava il sole si rifugiava lì immersa nella sua solitudine e quando quest'ultima si faceva sentire arrivava lei la lametta.Molte volte successe, prendeva questa lametta e disegnava sulle sue braccia piccole lignette.Si tagliava come se solo in quel modo potesse sentire di essere viva, il dolore di essere viva, di quella carne che non sapeva come esprimersi se non nell' autolesionismo.
Conosceva tutti in città, aveva varie amicizie ed era stata con vari ragazzi ma in queste relazioni si parlava sempre di come guadagnarsi il pane, di come rubare un foulard o di quanto era carino il ladruncolo nuovo venuto da sud.
Una sera tornata a casa trovò una ragazza sotto la sua coperta, si spaventò ed alterata da quel incontro inaspettato chiese: "Chi sei?". La ragazza non rispose, la guardava immobile senza nessuna reazione.Dopo alcune domande capì che la ragazza non parlava, forse era muta chissà, non aveva nemmeno un nome, probabilmente aveva deciso di dimenticare il suo passato, la sua storia.Dopo questo primo incontro un pò spiazzante le due ragazze divennero amiche, facevano tutto insieme.Parlavano a gesti ed il silenzio che c'era tra loro non pesava minimamente.Dormivano sotto la stessa coperta abbracciate, quella nuova ragazza le insegnò ad accarezzare, a stringere la mano e proprio quel silenzio che pareva un abisso le dette lo spazio per raccontarsi per la prima volta: la sua famiglia, da dove veniva, quello che sentiva...ed alla fine di quelle parole difficili ed ostinate la risposta fu un accenno di sorriso ed un abbraccio che in quel momento sembrava la cosa più importante.
Continuò così la vita di strada in due.Imparò questi nuovi gesti, i piccoli sorrisi, il capirsi con uno sguardo, il raccontarsi accettandosi per un istante.Ma continuò anche il dolore, la sofferenza, quei tagli e quell' ostinata voglia di sentirsi viva.
Un giorno tornata a casa non trovò la sua nuova amica, la aspettò seduta ansiosa di abbracciarla e raccontarle come era andata la giornata.Il sole scomparve e lei non tornò.In un istante capì che non sarebbe tornata, che non l’avrebbe più vista. D’altronde non sapeva bene chi fosse, non sapeva nemmeno il suo nome.Si rese conto di non aver conosciuto una nuova persona ma se stessa.Scoppiò a piangere disperata.Prese un pezzo di specchio che trovò per terra.Si guardò per la prima volta e non si riconobbe in quel immagine.
Quelle lacrime così pesanti di chi erano?
Prese la lametta.La tenne in mano dei secondi e poi la gettò.Gettò lo specchio.Accennò un sorriso.
Sì era Benazir: colei che non si era mai vista così.
Andò fuori e si sedette ad ammirare le stelle.

Benazir Daniela

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Quando la più anziana era mestruata tutte le donne del villaggio lasciavano i loro mariti e le loro case per ritrovarsi insieme. Chiacchieravano e ridevano forte.
Erano tutte intorno al fuoco, la più vecchia prese la parola.
Lei era una bambina durante l’ultima guerra per la conquista del potere... sono passati così tanti anni... disse quasi fra sè e sè. Solo poche di voi ricorderanno...
Le donne più anziane annuirono.
Ciclicamente alcuni uomini lottano uno contro l’altro per avere il comando dell’intero villaggio. Era diventato un rito che però non smetteva di mietere vittime. Il più forte primeggiava e si stava in pace finchè lui e i suoi eredi riuscivano a mantenere l’ordine.
Lei era un bambina sveglia e piena di curiosità. Chiese a sua madre come mai di queste battaglie. La madre era una donna di poche parole, pochi si accorgevano di quanto fosse saggia. Le disse: Noi non c’entriamo con queste cose, noi ne siamo fuori. Lei non capiva, ma era un gran sollievo sapere che ne era fuori.
“Può tornare una di queste guerre?” Interruppe spaventata una delle più giovani. “Può darsi” e riprese a raccontare.
La sua infanzia venne segnata profondamente da questa guerra, ma non mancò di sviluppare un’intelligenza acuta e sottile. Divenne una ragazza piena di vitalità.
Gli anni passarono, la guerra finì... giunse anche per Lei il tempo di prender marito. Era un gran da fare: ogni sera prima del tramonto Lei con la sua famiglia incontrava le famiglie dei possibili futuri sposi. Inizialmente non capiva tanto fervore, ma, a poco a poco,cominciò a divertirsi anche Lei. Non c’è niente di meglio che cercar marito pensò, i vestiti la stringevano, ma tutti le dicevano che era tanto bella. Così, cerca qui cerca là, anche lei si sposò. Sono proprio fortunata, si diceva, me lo dicono tutti.
La vita matrimoniale non fu esattamente come l’avevano dipinta.
Nei primi tempi, tutte le mattine, si ripeteva davanti allo specchio: sono proprio fortunata. Poi, a lungo andare, neanche Lei si ricordava più il perchè, smise di dirlo.
Lui era un brav’uomo, forse un pò noioso. I giorni trascorrevano tranquilli, uno dietro l’altro.
Un giorno salì su un tram. Era vecchio, un pò malandato e affollatissimo. La musica risuonava festosa intervallata dalle grida di un ragazzetto, panciuto e felice, che, ora chiedeva i soldi del biglietto, ora urlava la fermata. Lei era seduta su una poltroncina sgualcita. Tornava dal mercato, era un pò stanca e frastornata dal troppo caldo. Vicino a Lei era seduta una donna. Cominciarono a parlare intensamente tanto da dimenticarsi della loro fermata. Così scesero al capolinea e camminarono insieme, ma si scordarono di rincasare in tempo.
La sera, a casa, il marito le rimproverò il ritardo. Lei stava per dirgli della sua nuova amicizia, ma tacque.
Lei e l’Altra cominciarono a frequentarsi, andavano insieme al mercato e passavano ore a chiacchierare di loro. Spesso capitava che non tornassero a casa la notte, dormivano insieme in riva al mare. Si scambiavano lettere e parole d’amore e d’amicizia.
Il marito tollerò la nuova relazione della moglie finchè non turbava l’ordine famigliare. Col passare del tempo Lei era sempre meno presente nella vita di lui; capitava che non gli preparasse la cena o che non gli facesse il bucato.
Lui non capiva. Voi cosa siete? domandava con insistenza. Amanti o amiche? Chi è marito, chi è moglie?
Non ho parole per dirlo rispondeva Lei. Eppure aveva un gran desiderio di dire, sentiva che solo parlando qualcosa di quella felicità si sarebbe salvato, anche solo un piccolo frammento. Ma non trovava parole, non ci sono parole per noi diceva all’Altra, le inventeremo rispondeva.
Il tempo trascorse, lei era felice e il marito continuava a non capire.
Un giorno l’Altra si ammalò di polmonite, nel giro di poco morì. Lei rimase al suo capezzale fino all’ultimo. Prima di morire le regalò un ciondolo di ametista e le disse: Continua a inventare parole per noi.
Pianse per sette giorni e sette notti.
Poi ricominciò a vivere per trovare parole, le avrebbe cercate da ogni parte, in ogni angolo, in ogni buco.
La donna anziana fece un sospiro. Una le domando: “E il marito?” Era lì, non capiva, non l’aveva mai vista così, non era cattivo però.
“Chi è Lei?” chiese un’altra.
Benazir.
“Chi?” ripetè.
La narratrice si alzò un pò impacciata, era stanca, e dal seno le cadde un ciondolo di ametista.

Daniela

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Che cosa significa vivere il mondo attraverso il nostro essere donna?
Ognuna di noi si è posta questo interrogativo più e più volte cercando una risposta. Da qui è nato il nostro bisogno di condividere con altre i nostri vissuti, le nostre sensazioni, emozioni, dubbi, in un lavoro che è contemporaneamente individuale e collettivo.
Innanzitutto essere donna significa essere corpo. Quindi percepire e sentire il mondo proprio attraverso questa corporeità che da sempre ci appartiene e di cui spesso non siamo del tutto consapevoli.
Da questa condizione è sorto un profondo desiderio di conoscere noi stesse attraverso il confronto con le altre.
Un lavoro politico, di riflessione e condivisione di esperienze che, grazie ad un intreccio di oralità e scrittura, si è sviluppato in un gruppo di autocoscienza.
Cercando di superare l’imbarazzo, i tabù, la vergogna (che anche questa cultura ci impone) abbiamo cominciato a raccontarci, comprendendo che solo nell’esporci conosciamo noi stesse. Nel momento stesso in cui ci si rivela, inevitabilmente si nascondono altre cose. Evidentemente il rivelarsi agli altri altro non è che un ri-velarsi (ovvero nascondersi di nuovo).
Questo percorso, che presuppone “il partire da sé”, ci costringe a fare i conti con la nostra fragilità come condizione ontologica. Proprio questa pratica, per quanto difficile, dà voce alla nostra voglia di libertà nel parlare, scrivere e conoscere il nostro corpo.

Collettivo universitario donne benazir

Volantino pdl3

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L'ABORTO: UNA QUESTIONE DI DISSUASIONE O UNA QUESTIONE DI INFORMAZIONE?

Ha senso che operatori privi di una specifica preparazione abbiano l'autorità di giudicare la scelta di una donna? Non avrebbe invece più senso che una donna potesse conoscere a fondo il proprio corpo e la propria sessualità, in modo da evitare di trovarsi nella condizione di dover ricorrere all'aborto?
Per tutte noi, infatti, l'obiettivo è la diminuzione degli aborti. Ma questo è possibile solo attraverso un'adeguata informazione riguardo alla prevenzione. Si dovrebbe migliorare il servizio sanitario pubblico per favorire l'informazione sui metodi contraccettivi e sulla loro efficacia ed importanza. Bisognerebbe dunque finanziare maggiormente i consultori familiari e le attività di formazione (come l'educazione alla sessualità e all'affetto), affinché la donna prendesse coscienza del proprio corpo e della propria sessualità. Solo con questa consapevolezza una donna può esprimere liberamente i propri desideri senza che l'atto sessuale coincida con l'atto di procreazione.
Nonostante l'informazione e la consapevolezza, una donna potrebbe comunque trovarsi nella condizione di dover ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza. In questo caso una donna non ha bisogno di essere persuasa a non farlo, ma ha bisogno di appoggio e informazione, forniti da personale competente (come già previsto dalla legge 194!).

ESSERE DONNA NON VUOL DIRE SOLO ESSERE MADRE!

LA MATERNITA' E' UNA POSSIBILITA'. NON UN OBBLIGO!

NO AL PDL 3 VENETO!



Collettivo donne dell'università di Verona, BENAZIR

Libere

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Libere...
LIBERE DI SCEGLIERE LIBERE DI AMARE
Dopo la legge sulla fecondità assistita, ci troviamo di fronte ad un ulteriore attacco alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza:il Pdl 3 un vergognoso progetto di legge regionale promosso dal movimento per la vita, che autorizza l’attività di organizzazioni confessionali ed antiabortiste nei consultori, sale d’aspetto e atri degli ospedali e nei reparti di ginecologia e ostetricia.
Questa legge è già stata approvata dalla quinta commissione consigliare a Luglio e verrà rivotata dal Consiglio Regionale il 1 Dicembre 2006.Hanno votato a favore il centrodestra, con l’eccezione di una consigliera di Forza Italia, e la Margherita.
La legge è composta da tre articoli: il primo si focalizza sulla questione della pubblicità e prevede che in ogni consultorio, reparto di ginecologia ed ostetricia, sale d’aspetto e atri degli ospedali venga esposto ben in vista il materiale informativo dei movimenti ed associazioni antiabortiste.
Il secondo articolo riguarda la divulgazione e prevede che questi movimenti offrano il loro servizio nei luoghi sopracitati.
Il terzo ed ultimo articolo prevede sanzioni per chi dovesse intralciare o negare l’operato di queste associazioni.
Nella relazione che precede questi tre articoli viene utilizzato quasi sempre il termine “mamma” anziché donna.Questo termine è molto riduttivo e offensivo:infatti si riduce la donna ad apparato procreativo senza tenere conto di come la donna sia innanzitutto donna e non necessariamente madre.
Sempre in questa introduzione vengono spiegati i motivi per i quali è stata proposta questa legge.Il movimento per la vita sostiene che da parte delle strutture pubbliche non ci sia sufficiente informazione riguardo alle alternative all’aborto; sottolinea inoltre come il Veneto sia la regione italiana con più interruzioni volontarie di gravidanza effettuate. In realtà queste informazioni sono parzialmente false come ci dimostra il fatto che, con l’entrata in vigore della 194 e con il lavoro di informazione svolto dai consultori, gli aborti in Italia siano calati del 43%.Se scorporiamo poi i dati adeguatamente, troviamo un calo delle ivg del 6% in Veneto per quanto riguarda le donne italiane: fanno mantenere i dati molto alti le donne immigrate che abortiscono tre volte di più di quelle italiane.Questo dato ci porta dunque ad una situazione più complessa che meriterebbe un’analisi più approfondita.
Inoltre nella legge non viene mai specificato che tipo di formazione debbano avere questi volontari per svolgere la loro attività.Dunque le donne si troveranno ad interloquire con persone non competenti in materia socio-sanitaria e pertanto la discussione sull’aborto verrà affrontata da un punto di vista ideologico.
Così facendo la salute della donna viene messa in secondo piano per dare spazio alla propaganda religiosa.
Tutto questo rappresenta un grave attacco alla laicità dello Stato e all’autodeterminazione della donna. Questi volontari si arrogano il diritto di essere portatori dell’unica vera morale.
Come donne crediamo che questa legge sia inaccettabile: una donna che si trova nella difficile condizione di un possibile aborto non ha certo bisogno di prediche moraliste ma di appoggio e vera informazione.
Crediamo, inoltre, che per diminuire le interruzioni volontarie di gravidanza serva più prevenzione, quindi più informazione sui metodi contraccettivi:solo così le donne saranno più consapevoli del loro corpo e della loro sessualità.

Martina e Ludmi